L’onestà nella politica.

Nei discorsi sui traffici di denari dei Partiti che in questi giorni hanno occupato molte pagine della stampa, è difficile trovare la parola onestà.

Eppure per chi non è incaricato di emettere sentenze a norma del codice penale, più che sapere se un politico è un ladro o no, se è un truffatore o no, dovrebbe interessare sapere se ha agito onestamente.

Ora, se una persona è incaricata di amministrare un patrimonio con lo scopo di finanziare attività politica, cioè pagare funzionari di partito, manifesti di propaganda, organizzazione di manifestazioni, comizi, giornali politici, convegni di studio ed invece lo utilizza per altri scopi, non importa se leciti o illeciti, è chiaro che quella persona ha agito in modo disonesto.

Voglio dire che l’onestà arriva prima della legalità. Si può agire legalmente ma in modo disonesto. Come si può agire illegalmente ma in modo onesto. Il povero che ruba per sfamare la sua famiglia è una persona onesta.

E per i cittadini elettori dovrebbe interessare sapere se chi è stato eletto a rappresentarli è una persona onesta o no, poiché si presume che una persona disonesta non possa operare per il bene comune a cui è finalizzata l’attività politica.

Almeno questa, una volta, era l’idea di politica: operare per il bene comune.

E’ chiaro che cambiando le carte in tavola, qualsiasi ladrone andrebbe bene.

Qui si parla di milioni di euro che sono stati distratti da un’attività che ha come fine il bene comune della cittadinanza, per essere utilizzati per scopi privati o per finalità diverse. I fatti sembrano più che certi.

Allora che senso ha chiedere di fare altre leggi per la trasparenza amministrativa dei Partiti? C’è già scritto nel codice penale che non si può rubare e non si può truffare. Che cosa manca ancora? Che chi è incaricato di fare le leggi deve farne una apposta per difendersi da se stesso, che se no potrebbe non essere trasparente con i soldi presi dai cittadini? E cioè, che se no potrebbe impiegare quei soldi per comprare lingotti e brillanti anziché sostenere idee e programmi? Ma ci rendiamo conto di che cosa significa questa cosa? Che sta venendo meno la possibilità stessa di democrazia se la sfiducia negli eletti è il primo sentimento degli elettori, tanto da arrivare a chiedere di certificare la fiducia per legge, che poi sarebbe comunque una fiducia autocertificata.

Nei confronti dei disonesti, da che mondo è mondo, è sempre valso un atteggiamento di ostracismo morale, di irremovibile isolamento, che non ha mai avuto bisogno di gradi di giudizio. Era l’atteggiamento morale degli onesti a fare da argine.

Se oggi non funziona più, vuol dire che gli onesti sono sommersi nel mare della disonestà, tanto deboli e soli da aver paura a manifestarsi.

Allora non servono le leggi. Serve la politica. Serve che gli elettori caccino i disonesti e mettano al loro posto nuovi cittadini ad amministrare il bene comune.

Dovrebbe essere questo il primo obiettivo di un movimento politico che si proponga di ridare vita alla democrazia che sta morendo nel nostro Paese ma anche in tutto il mondo occidentale. Prima della questione della destra o della sinistra viene il rispetto di una concezione morale che consiste nell’accedere, o nel concorrere stando all’opposizione, al governo della cosa pubblica con la buona fede di voler fare il bene comune e non i propri affari. Solo dopo, viene la battaglia delle idee su che cos’è il bene comune, che per la destra è una cosa, per la sinistra è un’altra. Se coincide, allora c’è il trucco.

Questa è la democrazia, tutto il resto son balle. Se manca il conflitto delle idee, manca il sale della democrazia e allora van bene anche i verdini, i penati, i lusi, i belsito e chi li ha nominati.

Nel nostro Paese è da quando si è cominciato a parlare di “governabilità” come problema per il funzionamento del sistema democratico che sono avanzate le camarille e con esse la corruzione e il malaffare, i portaborse e la politica come cursus honorum per i cortigiani, i partiti come corpi separati, come casta.

E’ da allora che la politica, rinunciando a pensare al futuro, governa il presente affondando il Paese nel debito. (Credo che Enrico Berlinguer avesse intravisto questa deriva, quando abbozzò il progetto dell’”austerità” per cambiare il modello di sviluppo e quando affermò l’esistenza di una irrisolta questione morale nella politica.)

Le coalizioni, il maggioritario, il porcellum, il leader maximo scelto dai cittadini, sono solo teatro, fumo negli occhi, per nascondere l’esproprio del potere esecutivo da parte di tecnocrazie esterne, l’Europa, il FMI, il mercato, la grande finanza e l’esproprio del Parlamento da parte di un Governo che deve realizzare le scelte di chi lo ha, a sua volta, espropriato.

E dunque, “non resta che far torto o patirlo”(1)?

No, io credo di no, ci può essere una via democratica capace di far saltare questo banco.

Questa via passa per una nuova stagione di impegno politico diffuso da parte dei cittadini singoli e delle loro associazioni  che devono anche riconquistare il suffragio universale con sistema proporzionale, una testa un voto. Se no vince comunque l’oligarchia che, s’è visto, quand’anche sia di centro sinistra, non è in grado di riformare questa società in declino che sta mangiando il futuro delle giovani generazioni. Perchè ogni oligarchia ha sempre e solo lo scopo di perpetrare il proprio potere.

 

 

(1) A. Manzoni, Adelchi, scena ottava dell’atto V, verso 354.

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