Via dall’Europa delle banche

E’ assurda la crisi del debito pubblico della Grecia.

La Grecia sta affondando perché si è voluto farla affondare. Perché il potere delle Banche di investimento, il cosiddetto mercato, altre volte detto “la speculazione”, è più forte di ogni potere politico democratico.

Una parte consistente dei lavoratori greci è stata ridotta in povertà, è alla fame, per consentire alle banche che avevano acquistato i titoli del debito pubblico di continuare a lucrare alti tassi di interessi.

Per interrompere questo processo bastava prestare alla Grecia i soldi per ricomprarsi una parte del debito, quella necessaria per rientrare o per avvicinarsi ai limiti previsti dai trattati dell’Unione Europea.

Nel 2010 il PIL della Grecia era pari a 305,5 miliardi di dollari.

Il suo debito pubblico, essendo uguale a circa il 140% del PIL, era di 427,7 miliardi di dollari.

Il limite consentito dai trattati dell’Unione è di un debito massimo del 60% del PIL, cioè, per la Greciadi 183,3 miliardi di dollari.

Per tornare a questo livello alla Grecia servivano quindi 244,4 miliardi di dollari.

Con uno strumento tipo una Cassa depositi e prestiti europea si sarebbero potuti prestare questi fondi, con un mutuo trentennale a basso tasso di interesse.La Grecia non sarebbe caduta in recessione, l’economia sarebbe ripartita, il lavoro dei cittadini greci sarebbe stato valorizzato e non distrutto come viene distrutto ora.

Dove trovare quei fondi? Il PIL dei Paesi dell’area Euro era nel 2010 di 12.167,75 miliardi di dollari. Alla Grecia serviva una cifra che corrispondeva a circa il 2% di quel PIL.

Una inezia.

L’Europa delle banche non ha voluto salvare la Grecia per poter invece continuare a speculare su quel debito. Perché questa è la regola della cosiddetta ideologia neoliberale, contrabbandata come regola dell’Economia, a sua volta contrabbandata come disciplina scientifica, mentre è una disciplina filosofica.

Se l’Europa avesse destinato quel 2% di PIL ogni anno a chiudere il debito pubblico degli Stati più indebitati e meno forti economicamente, nessuno sarebbe caduto in miseria, nessuno si sarebbe suicidato per i soldi, l’economia europea avrebbe trainato l’economia mondiale.

Invece ora l’economia mondiale si regge sulla scommessa che gli europei continueranno a pagare gli interessi di quel debito sempre più gigantesco e sempre meno controllabile. Quella scommessa ha permesso al mercato  – e sta qui l’inettitudine delle dirigenze politiche incapaci di fissare regole per una finanza onesta – di rivendere gli interessi sul debito non ancora realizzati per costruire strumenti finanziari sensa senso, fondati sul nulla, per vendere l’illusione di uno sviluppo illimitato per tutti, ma intanto per gonfiare subito le tasche di pochi.

Vanno fermati, uscendo dall’Europa delle banche per costruire l’Europa del lavoro. In questa prospettiva la prima cosa da fare è togliere la delega ai politici e ai tecnici che stanno in Parlamento e al Governo e riprendercela.

Per fare che cosa. Abbiamo un anno di tempo per dare vita a un movimento politico alternativo che si confronti realmente con i problemi della gente e con la gente costruisca risposte credibili per rimettere al centro dell’attività di governo la questione del lavoro. In una società ricca come la nostra è un’assurdità che non ci sia il lavoro per tutti. E’ un’assurdità che si lavori ancora con tanta fatica, quando ci sarebbero le macchine per alleviare molte delle fatiche inutili. Abbiamo bisogno di un lavoro che coinvolga le energie e liberi la creatività di tutti e soprattutto dei giovani.

Se per fare questo c’è bisogno di andare contro le leggi del mercato, che non sono le leggi della fisica, contrastiamole con nuove leggi più giuste. Ma per favore non stiamo fermi.

Del resto non partiamo da zero. Dal movimento di Grillo, che non è nè un movimento populista nè un movimento di destra, ma un movimento che pone dei problemi molto seri con cui tutti ci dovremo confrontare e propone delle soluzioni concrete,  alle tante aree della sinistra alternativa al Partito Democratico, che si stanno rimettendo a pensare e ad agire, spinte dai movimenti spontanei e autonomi che la crisi e l’inettitudine della politica hanno fatto sorgere nel Paese, si sta prefigurando la possibilità di invertire la rotta imboccata dal Palazzo, sia a Roma sia Bruxelles.

L’importante è non pensare di non volerne più sapere.

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