“Tu proverai sì come sa di sale…”

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”

Dante Alighieri, Paradiso CantoXVII versi 58-60

Un bell’articolo di Michela Gargiulo su “Il Fatto quotidiano” di oggi – “Povero Dante, cacciato di nuovo da Firenze” –  ci informa che “La facoltà di lettere (dell’Università fiorentina) cancella l’insegnamento di Filologia dantesca: nessuno studia più il Sommo Poeta, che però riempie i teatri grazie a Benigni”.

I motivi sono diversi, dalla mancanza di insegnanti della materia, alla mancanza di fondi, alla mancanza di interesse di studenti e ricercatori.

Mi sono ricordato a questo proposito di un giudizio dello storico Fabio Cusin sul difficile rapporto fra l’Italia e Dante che, riletto alla luce della notizia sopra riportata, fa effettivamente riflettere.

Il giudizio è contenuto nell’opera di Fabio Cusin “L’Italia Unita 1860 – 1876” pagg. 14 e 15 – Del Bianco Editore, Udine 1952, che riporto integralmente:

“Infatti la tragica situazione a cui conduceva la prassi troppo astuta e sotterraneamente violenta del guelfismo italiano e le sue tragiche conseguenze per la giustizia di un potere politico come per l’integrità morale dell’idea di patria, venne intuita all’alba del secolo XIV dal più grande genio della nazione, l'”antistorico” Dante Alighieri che rinnegò il guelfismo della fazione a cui apparteneva per un ideale apolitico di giustizia universale che egli ingenuamente personificò nel decadente impero.
La protesta di un Dante fu per secoli mal tollerata. Giovanni Villani, il famoso cronista fiorentino della generazione seguente a Dante, non può far a meno di rimproverargli le sue eccessive proteste e lo definisce “garulo” più del necessario. Da allora i  benpensanti italiani furono dell’opinione del Villani e cercarono di ricordare il meno possibile il poeta dalla lingua troppo lunga.
Solo la generazione del Risorgimento ne idolatrò la memoria. Il significato della memoria di Dante tra gli italiani si chiarisce ancor meglio ove si ponga mente che il fascismo, sempre a caccia di glorie nazionali, si scordò di Dante e preferì parlarne il meno possibile e infine, i clericali che, come vedremo, conquistarono il potere in Italia grazie al fascismo, non possono neppure tollerare quel nome… L’Italia neoguelfa, al pari dell’Italia guelfa, non può sopportare la voce del “ghibellin fuggiasco” che aveva intuito, attraverso alla sua reazione morale, la via senza uscita che la civiltà italiana al suo tempo infilava.
Le incapacità di governo proprie del guelfismo si renderanno man mano evidenti e porteranno alla decadenza e alla scomparsa di quell’embrione di autonomia che le città italiane godevano.”

Che siano da annoverare tra quei benpensanti anche gli attuali responsabili della facoltà di lettere di Firenze?

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