I SUBBUGLIONI

berlusconi a brescia

 Brescia 11 maggio 1913

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“E aveano diligentemente scelto un vecchio colonnello, a nome Gelgopola, il più inetto uomo nelle guerre che avessero potuto trovare, e inimico acerrimo di ogni giustizia, e delle auguste leggi fortissimo spregiatore, per farne il loro idolo e modello, e ivan vociferando per Ia citta:

– Lunga vita al vecchio colonnello –

E i monelli di scuola dietro a quelli similmente gracchiavano:

– Lunga vita al vecchio colonnello –

Faceano i detti Subbuglioni raunanze e conventicole in gran numero, nelle quali vociavano inneggiando al vecchio colonnello, con tanto strepito di ugole che l’aere n’era percosso e gli uccelli volanti sulle loro teste ne cadevano storditi e morti.

E in vero era assai brutta mania e frenesia orribilissima.

Opinavano i sopraddetti Subbuglioni che per bene servire la città e meritare la corona civica, la quale è fatta di foglie di quercia avvinte da una benda di lana, e null’altro, e, fra tutte le corone, onorabile, fusse convenientissima cosa levare urla furibonde e fare insani discorsi; mentre quelli che falciano e mietono, che pascono le greggi e innestano i loro pometi, in questa dolce terra di vigne, di grani, di verdi praterie e di fruttiferi orti, non servono la citta, né quei compagni che tagliano la pietra e edificano nelle citta e nei villaggi le case ricoperte di rosse tegole e di fini ardesie, né i tessitori, né i vetrai, né gli scavatori che aprono le viscere di Cibele, e nemmeno la servono quei dotti uomini che s’affaticano nei loro studi ben chiusi e nelle ampie biblioteche, a conoscere i bei segreti della natura, né le madri allattanti i pargoli loro, né la buona vecchietta che fila la sua conocchia al canto del focolare favoleggiando alli piccoli nepoti: ma servono la citta codesti Subbuglioni ragliando come asini alla fiera.

E diciamo, per essere giusti, che, ciò facendo, quelli pensavano di ben oprare; imperocché non avean di proprio che le nuvole del loro cervello e il vento della loro bocca, e soffiavano a più non posso per il pubblico bene e il comune profitto. “

Anatole France – Il signor Bergeret a Parigi – (1901) – Giulio Einaudi Editore, Torino 1952, pagg. 43-44

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