IL RACCONTO DEL PRESENTE

consumismo

La sinistra non ha un racconto del presente diverso da quello che ha la destra neoliberista. Per questo non ha futuro.

La sinistra come la destra pensa che l’economia sia una scienza, quando invece è una filosofia.

La sinistra come la destra pensa che la crescita non abbia limiti, anche se viviamo su un pianeta che ha delle risorse limitate.

La sinistra come la destra pensa che sia importante produrre, senza occuparsi di ciò che si produce e di come si produce.

La sinistra come la destra non si occupa di difendere i beni comuni essenziali – aria, acqua, terra, fuoco, i quattro elementi di Empedocle – lasciando che il loro degrado metta a rischio l’esistenza stessa del regno naturale vivente.

La sinistra come la destra si disinteressa di come vive la stragrande maggioranza delle persone nel mondo: nella miseria, nella povertà, a rischio continuo della morte per fame.

La sinistra come la destra non si preoccupa di porre un freno alla continua corsa agli armamenti, ben sapendo che queste armi servono oggi per difendere il petrolio e le terre dei paesi ricchi dall’invasione di miliardi di persone povere del mondo.

La sinistra come la destra pensa agli uomini e alle donne come consumatori di merci e non come a persone con uguali diritti, con gli stessi bisogni materiali e spirituali.

La sinistra come la destra pensa che la scienza prima o poi tirerà fuori dal cilindro la soluzione di ogni problema, ma non si accorge che oggi la scienza in minima parte si occupa ancora di “alleviare le fatiche dell’esistenza umana”. Per lo più invece è al servizio dei poteri militari e al servizio del mercato, con unico scopo di continuare ad alimentare il mercato stesso, con sempre più nuove “mirabilia”.

L’esemplificazione potrebbe continuare, ma penso che sia chiaro che la sinistra per essere tale, dovrebbe saper raccontare queste cose in modo diverso da come le racconta la destra.

Oggi non è così e infatti non sappiamo dove andare.

L’idea dello (la fede nello) sviluppo fondato sul continuo progresso economico e sociale a cui la sinistra storica si è legata mani e piedi, si è scoperta essere un’idea fallace.
Più si cresce e più aumentano i poveri, gli emarginati, i precari, i non garantiti e più aumenta la concentrazione della ricchezza in poche mani.

Più si cresce e più la tecnologia ci intrappola in una umanità priva di relazioni interpersonali e sociali, priva di interiorità e di spiritualità.

Più si cresce e più si danneggia la biosfera con il rischio di arrivare a un punto di non ritorno per l’esistenza stessa dell’homo sapiens sapiens.

Questa è la realtà che la sinistra storica continua a negare anche se alcune sue frange hanno voluto insignirsi del nome “ecologia”. Ma quale sinistra ecologica se a Taranto, proprio lì, sono stati i giudici e non i governanti di sinistra a lanciare l’allarme “disastro ambientale” e prima dei giudici sono stati alcuni giornalisti.

Non credo che Enrico Berlinguer avesse già in mente le idee della decrescita felice, quando pronunciò il suo discorso sull’austerità per cambiare il modello di società (era il 1976). Ma sicuramente se quell’idea, invece di rimuoverla, fosse stata discussa ed approfondita, forse oggi non saremmo così disarmati di fronte a ciò che succede.

“ (…) Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. (…)

(…) Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate. (…)”

E invece sinistra e destra insieme non sanno far altro che invocare nuova crescita per strapparsi (si fa per dire) la rappresentanza di quei due terzi di cittadini garantiti che oggi hanno solo paura di non cascare di sotto e per questo rinunciano ad essere protagonisti di un qualsiasi cambiamento.

(E’ curioso notare come tra gli oppositori di Berlinguer al discorso sull’austerità molti sono finiti per appoggiare l’austerità di Napolitano-Monti “come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali”).

Si riprova così da più parti a ricostruire “una nuova casa  della sinistra” come se il problema fosse quello del contenitore. Così si metterà in piedi un’altra cosa artificiale che farà la fine delle altre. Si andrà a visitarla come si fa quando si cerca casa ma non si hanno soldi per comprarla, si saluterà il venditore con l’impegno di dare risposta, che non verrà data.

Io credo che se si vuole riorganizzare la difesa di un progetto di cambiamento (da elaborare), che comunque non potrà essere limitato alle nostre contrade – oggi più che mai resta valida la parola d’ordine “proletari di tutti i paesi unitevi!” –   non possiamo che ripartire dai soggetti alternativi presenti nella società, da tutti quei movimenti: No Tav, centri sociali, No Dal Molin, 5 Stelle, movimento viola, movimenti donna, movimenti studenteschi, comitati di difesa dell’occupazione, comitati precari, sindacati di base, movimenti per la pace, Macao, Teatro Valle occupato, Movimento per l’acqua pubblica, No Muos Sicilia, le mamme di Taranto, i movimenti di difesa del lavoro in Sardegna, i movimenti per i diritti degli immigrati, le associazioni impegnate nel dare sostegno ai poveri e agli ultimi di questa società, ecc.

Sono essi che incarnano oggi il movimento di emancipazione in Italia.

Ripartire da loro, con l’unico scopo di metterli in connessione reciproca, non di scioglierli in un movimentone, per socializzare idee ed esperienze di lotta e di organizzazione in funzione di nuove idee, di nuove lotte ed esperienze condivise.

Questi movimenti, che oggi ci raccontano un presente diverso da quello che ci vende la macchina di propaganda del libero mercato, sono l’unica sinistra esistente in Italia.

Se non si riparte da lì, lasceremo ai nostri figli un’Italia berlusconizzata, una sorta di mitridatismo come assuefazione all’imbecillità.

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