PAROLE, NON FATTI!

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“Nel pozzo del giardino, va, Spoletta!”[1]

Chi conosce la trama dell’opera di Giacomo Puccini “Tosca”, sa che quella battuta del capo della polizia papalina, il barone Scarpia, rivolta ad un suo sottoposto – Spoletta, appunto – viene pronunciata dopo momenti di incredibile tortura fisica inflitti al pittore Cavaradossi, amante di Tosca,  e dopo momenti di forse ancor più grave tortura psicologica inflitti a Tosca medesima.

Lo scopo era quello di far confessare a Cavaradossi la complicità nella fuga da Castel Sant’Angelo del prigionier di Stato Angelotti, e di estorcere a Tosca, facendola assistere alla tortura del suo amante, il luogo del nascondiglio dell’Angelotti, che difatti lei, stremata dall’angoscia, dal dolore e dalla pietà, rivela (in una rientranza del pozzo del giardino, appunto)

Ciò che qui interessa notare è che Spoletta è una figura del tutto secondaria dell’impianto musicale e scenico dell’opera. Poche battute per raccontare a Scarpia di aver seguito Tosca fino alla villa di Cavaradossi, di averla perlustrata senza trovare il fuggitivo, e di avere tratto in arresto il pittore per i suoi atteggiamenti sospetti.

Tuttavia egli è, a mio parere, la chiave di volta della vicenda che viene raccontata.

Se non avesse trattenuto Cavaradossi, Scarpia non avrebbe avuto lo strumento per ricattare Tosca, farla parlare e costringerla poi a concedersi alle sue voglie, come prezzo della simulata liberazione dell’amato.

L’arresto del pittore è una sua autonoma iniziativa da cui dipende lo svolgersi successivo dell’opera. Scarpia gli aveva genericamente ordinato di provvedere secondo le circostanze (“Va, seguila dovunque vada; non visto, provvedi”).

Ma egli da buon “guardiano del potere” – è un questurino dell’epoca – fa la cosa giusta nel momento giusto, naturalmente la cosa giusta per “il potere” che gli dà da mangiare.

Muoiono di morte violenta tutti i protagonisti, ma Spoletta no. Vive per garantire la continuità del potere che sarà “impersonato” dal futuro Scarpia di turno.

Vive perché ogni “potere” per essere tale ha bisogno dei suoi “Spoletta”.

Ecco, noi siamo come tanti Spoletta, non contiamo niente, ma garantiamo il successo di ogni potere.

Come?

Partecipando da figuranti alla matrix del capitalismo, insieme ai protagonisti veri, coloro che, accumulando ricchezze materiali sempre più grandi, sottraggono alla maggior parte delle persone il necessario per vivere dignitosamente, e sottraggono alla natura le risorse per garantire la vivibilità del pianeta.

In definitiva, per riservare quelle immense ricchezze a pochi, ci stiamo suicidando, in cambio di un piatto di lenticchie sempre più scarso.

Perché?

Il fatto è che non abbiamo più le armi per liberarci dalla matrix: mancano cioè le parole per attivare le coscienze, il pensiero di chi vorrebbe opporsi allo sfascio ambientale, sociale, economico e politico ma non trova il modo di liberarsi dallo stato di impotenza in cui lo costringe il circo Barnum della propaganda del paese dei balocchi.

Le verità sociali che gli anarchici, scacciati dalla repubblica borghese , raccomandavano agli anonimi compagni di propagare, ci han fatto credere che fossero false e così è rimasta solo la verità del capitalismo.

Ora il racconto di questa nuova verità planetaria, mal si acconcia con la realtà di tutti i giorni e ciò nonostante ci dicono piuttosto che è falsa la realtà ma non la loro verità.

Dobbiamo perciò prima di tutto riappropriarci delle parole che ci raccontano un’altra verità.

 “Nulla è più potente della parola. Il concatenarsi delle forti ragioni e dei pensieri elevati è un legame infrangibile. La parola come la fionda di Davide abbatte i violenti e fa cadere i forti; è l’arma invincibile; senza di che il mondo apparterrebbe ai bruti armati. Chi li tiene in rispetto? Solo, nudo e disarmato, il pensiero.”[2]

Che cos’è la matrix del capitalismo?

E’ il sistema di pensiero che ci avvolge fin dalla nascita e che ci convince a pensare alla nostra posizione nella società come a qualcosa di naturale: è così e non può che essere così.

Il primo status sociale che viene attribuito a tutti – è questa l’unica uguaglianza che ci accomuna – è quello di consumatore, ed è anche l’unico cursus honorum previsto nella società capitalista.

Tu esisti, sei veramente un uomo se vai ininterrottamente al supermercato a comprare le merci che ti abbiamo fatto vedere con la pubblicità in televisione. E questo vale per il povero e per il ricco: ci sono i supermercati per i poveri (che stanno aperti anche la domenica pomeriggio, bontà loro) e quelli per i ricchi; ci sono le merci per i poveri e quelle per i ricchi. L’importante è di non smettere di comperare per far girare il mercato.

Una volta anche i poveri andavano a messa la domenica mattina e al cinema il pomeriggio o la sera. Ora quasi tutti girano per i supermercati, per lo più a lustrarsi gli occhi, ma comunque è bene che non si distolgano dal loro dovere.

Anche i sindacati lo dicono: bisogna far ripartire la domanda! La domanda di che? Non importa, purchè riparta.

Gli eserciti “legali” e quelli “illegali” richiedono le bombe a grappolo o le mine anti uomo, anti donna, anti bambino e noi le produciamo. Aumenta il PIL e si alimenta così la domanda di birra di alcolici di droghe di gratta e vinci di macchine mangia soldi.

Per la matrix noi non siamo uomini donne bambini ma consumatori. Dobbiamo elevare la nostra posizione sociale studiando, brigando, arrampicando, selezionandoci –  secondo il merito, per carità,  si intende -, per raggiungere più alti livelli di consumo quantitativo e qualitativo.

Una volta c’era una parola: “socialismo”.

Prima di diventare uno Stato e rovinare tutto, il socialismo è stato un sogno:

 “Era un sogno, Kanai. Ciò che voleva[3]  non era diverso da ciò che i sognatori hanno sempre voluto. Voleva costruire un posto in cui nessuno sfruttasse l’altro e tutti vivessero insieme senza distinzioni sociali o differenze meschine. Sognava un posto in cui uomini e donne potessero essere contadini la mattina, poeti il pomeriggio e falegnami la sera.”[4]

La matrix è riuscita a fare abiurare anche il sogno a coloro che progettavano di realizzarlo o quantomeno di trovare una strada per andarci vicino.

Non ha costretto nessuno, ma ha convinto quasi tutti che con il muro di Berlino è venuto giù anche il sogno.

Per questo, la prima parola che dobbiamo imparare a pensare è: “No”, perché era un bel sogno.

Proviamo a farlo per gioco con uno qualunque dei messaggi più o meno stringenti che la matrix ci fa arrivare in ogni istante. Ci accorgeremo che non è così facile pensare “No”. Anche con il pensiero serve allenamento.

 

(continua)


[1] Tosca – Opera lirica di Giacomo Puccini, su libretto di G. Giacosa e L. Illica – Roma, 1900

 

[2] Anatole France – Il signor Bergeret a Parigi. – Parigi, 1901 – Giulio Einaudi Editore. Torino 1952,  pag.  105

 

[3] Il soggetto è “Sir Daniel MacKinnon Hamilton”, il personaggio che nel romanzo aveva tentato di costruire una esperienza di organizzazione socialista con i contadini su alcune isole del delta del Gange.

 

[4] Amitav Ghosh – Il Paese delle maree – 2005, Neri Pozza Editore, pag. 63

 

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