NO!

consumismo 1

Seconda parte dell’articolo “PAROLE, NON FATTI!”

Imparare a pensare la parola “No” è il primo passo per rendersi conto che questo mondo che ci spacciano per il mondo, non è l’unico mondo possibile.

Ma negare quali messaggi?

In primo luogo quelli più insistenti e ridondanti che non ci abbandonano neanche per un istante nel corso della giornata e quindi più difficili da rifiutare.

Cosa c’è di più incessante, assillante e subdolo, ma in apparenza innocuo, del messaggio pubblicitario?

Se guardi la televisione, ascolti la radio, leggi il giornale, vai al cinema, navighi sul web, passeggi per la città, viaggi con qualsiasi mezzo di locomozione, ti servi del telefono cellulare, il messaggio pubblicitario ti segue o ti precede.

Finalmente sei in casa tranquillo, in poltrona a riposare o in cucina a preparare il pranzo, piuttosto che niente ti squilla il telefono e ti risponde qualcuno che vuol vendere pannelli solari, energia elettrica, prodotti tipici di qualche valle alpina, depuratori dell’acqua potabile, giornate intere di messaggi brevi, gratuiti per tutta la vita, da inviare con il telefono cellulare.

Tra tutti, la televisione è di gran lunga il veicolo più importante per la matrix. Ma non perché c’è Bruno Vespa che influenza l’opinione pubblica o perché c’è Berlusconi come proprietario di reti televisive. La televisione deve trasmettere il messaggio pubblicitario, questa è la sua finalità; che poi questo messaggio venga interrotto da Bruno Vespa o da Michele Santoro o da qualche personcina nuda non fa differenza.

L’irresistibile ascesa della TV di Berlusconi non è dipesa dal fatto che lui fosse particolarmente vispo come imprenditore, ma dalla necessità che il sistema aveva a quel punto della “crescita” di dilagare nella coscienza dei suoi consumatori in erba.

E’ attraverso questa insistenza disumana, a cui ci siamo assuefatti, a cui sempre cediamo, che la matrix educa i consumatori di tutte le generazioni e li lobotomizza costringendoli a pensare unicamente al modo di far soldi per accumulare sempre più grandi ed inutili quantità di prodotti.

Nonostante i colori i suoni gli ammiccamenti erotici, alla pubblicità interessa solo la quantità, non importa di che cosa, perché tanto si riconduce tutto ad una unica merce: i soldi che abbiamo in tasca che ci devono venire sottratti nel modo più veloce possibile, così da non fermare la giostra da cui qualcuno potrebbe scendere e cominciare a pensare.

La pubblicità ci fa apparire inevitabile la violenza sulla natura, la violenza sugli altri popoli costretti alla fame per soddisfare la nostra ormai inguaribile fobia di rimanere senza cose da comperare.

Se fosse libero dalla bulimia delle cose, nessuno di noi spargerebbe veleno nell’aria che respira e nell’acqua che beve; nessuno di noi accetterebbe di vedere morire di fame, di sete, di stenti milioni di bambini.

E invece accettiamo come inevitabili una cosa e l’altra e tutto questo lo chiamiamo civiltà, oltretutto da esportare e diffondere per ogni dove e con ogni mezzo.

Dire di no al messaggio pubblicitario, non assecondarlo sempre e comunque, significa riprendere a ragionare sui nostri bisogni e sulle nostre aspirazioni e accorgerci che forse meritiamo di più di quello che vogliono venderci a tutti i costi e che noi alla fine acquistiamo.

Meritiamo innanzitutto la possibilità di avere tutti quanti una attività di lavoro per mantere noi e la nostra famiglia.

Meritiamo poi un maggiore tempo di vita da dedicare all’ozio, alla creatività, allo studio, alle attività di relazione interpersonale e sociale, al lavoro volontario.

Per remunerare adeguatamente il capitale e il lavoro impiegato nelle attività produttive, per mantenere uno Stato sobrio in grado di fornire servizi pubblici efficienti è molto probabile che basterebbe lavorare la metà del tempo oggi impiegato, elevando così la qualità di vita.

Questa affermazione non è dimostrabile, almeno io non sono in grado di dimostrarla, ma neppure il contrario lo è. Solo che il contrario è il dato di fatto reale.

Però se ragioniamo, constatiamo che, nonostante il balzo di produttività che la tecnologia e l’informatizzazione hanno consentito, la giornata lavorativa continua ad essere uguale a quella di cinquant’anni fa o, mediamente, forse più alta.

Perché?

Perché maggiore tempo lavorativo significa maggiore controllo sulle persone, minore tempo lavorativo significherebbe maggiore libertà delle persone.

Perché maggiore tempo lavorativo consente di remunerare anche tutte le rendite parassitarie, la ricchezza esclusiva di pochi, gli sprechi, la produzione abnorme di rifiuti, uno Stato inefficiente ma alla mercé di camarille burocratiche altamente ed eccessivamente retribuite e fuori dal controllo dei poteri democratici, una spesa militare indecente.

La pubblicità, con la sua attenzione esclusiva alla quantità di cose da venderci, ci costringe a finanziare con il nostro lavoro se stessa e  tutte le storture che ci gravano addosso e che ci impediscono di lavorare tutti e di avere più tempo a disposizione per la nostra libertà.

Dire di no al messaggio pubblicitario è il primo passo per contestare il sistema e per conquistare maggiore libertà. Perché parte da qui, dal rifiuto del consumismo, la nuova ricerca di una strada per una società più libera e giusta, per un uomo migliore in pace con gli altri e con la natura di cui è parte.

Ha senso allora continuare a parlare di crescita (questo è il fine della pubblicità) nel discorso pubblico o non sarebbe ora di parlare di benessere? La crescita riguarda le cose, il benessere le persone.

(continua)

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