La legge elettorale

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A star dietro alle discussioni e alle proposte dei partiti e dei gruppi parlamentari sulla legge elettorale c’è da rimanere sconcertati. Tali discussioni sono infatti falsate da una distorta finalità: ciascun partito sostiene la proposta che ipoteticamente più converrebbe al partito stesso.

E’ l’ennesima riprova della loro irrimediabile decadenza, incapaci di guardare al di là del proprio momentaneo interesse. In queste condizioni è quasi certo che, se uscirà una nuova legge elettorale, sarà di compromesso fra i contrastanti interessi di parte, sarà un nuovo pasticcio, fragile sotto il profilo della costituzionalità, e dunque nuovamente impugnabile.

L’unica proposta dignitosa in campo è quella del Movimento 5 Stelle che dice:

poiché l’ultima legge elettorale approvata da un Parlamento eletto sulla base di una legge non dichiarata incostituzionale è il cosiddetto “mattarellum”, richiamiamo in vigore tale legge. Il nuovo Parlamento deciderà poi se cambiarla o meno.

Tale proposta, semplice, da tutti comprensibile e onesta, si fonda tra l’altro sulla giusta considerazione che in tema elettorale è opportuno fugare ogni dubbio di legittimazione sull’organo che pone in essere le norme. Richiamando in vigore, senza modificarla, una legge approvata da un Parlamento legittimo verrebbero allontanati i dubbi di legittimità sul prossimo Parlamento, che invece permarrebbero se eletto con una nuova legge approvata da un Parlamento, l’attuale, che di legittimo, così com’è, gli resta ben poco.

La proposta è dignitosa sul piano della sostanza, ma formalmente debole poiché comunque questo Parlamento poco legittimo, qualcosa deve comunque deliberare per rimettere in piedi il “mattarellum”.

Sarebbe il minore dei mali ma pur sempre un male.

L’altra proposta dignitosa è quella indicata dalla stessa Corte Costituzionale che dice:

si può votare con il “porcellum” come modificato dalla sentenza della stessa Corte che ne ha dichiarato la parziale incostituzionalità. In questo caso cadrebbe anche l’osservazione fatta prima sulla legittimazione del prossimo Parlamento.

Anzi, vista la situazione, se avessimo un Presidente della Repubblica meno implicato in attività da eminenza grigia del Governo, questa dovrebbe essere l’unica strada percorribile: sciogliere al più presto le Camere e indire nuove elezioni con il “porcellum” emendato dalla Corte.

Si tenga conto tra l’atro che sulla legittimità del Parlamento nella sua attuale formazione, si preannunciano nuovi ricorsi in tema di costituzionalità da parte degli stessi legali che hanno fatto cadere il “porcellum”.

La Camera dei Deputali infatti non ha ancora provveduto a convalidare la elezione dei deputati eletti con il premio di maggioranza (148 deputati PD). Ora il premio di maggioranza è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte, con sentenza che ha valore retroattivo, e quindi come potrebbe la Camera convalidare quei 148 dichiarati eletti con una norma incostituzionale?

Pochi ne parlano, ma la strada maestra per rispettare la legge è stata tracciata, volontariamente o meno, dalla Corte: scioglimento delle Camere e nuove elezioni subito.

Tutto il resto riguarda non la legge ma la cosiddetta “ragion di Stato” che altro non è che l’interesse di chi sta amministrando lo Stato.

Succede perché, come già dicevo all’inizio, ci si confonde in meccanismi di ingegneria elettorale senza tenere conto della finalità principale di una legge elettorale in un regime democratico parlamentare: che è quella di formare la rappresentanza della Nazione nel modo più corretto possibile e tale da rispecchiare la più ampia gamma di posizioni che vogliono concorrere alla gestione del bene pubblico.

Nel modo più corretto possibile vuol dire nel rigido rispetto delle procedure legali. Quando si parla di formare la rappresentanza della Nazione le regole devono essere certe precise legali e da tutti riconosciute come tali.

Nel modo da rispecchiare la più ampia gamma di posizioni che vogliono concorrere alla gestione del bene pubblico vuol dire dare attuazione al principio costituzionale del voto libero e uguale.

Già, ma il problema della governabilità?

Nella attuale Costituzione il problema della governabilità  non è un problema del corpo elettorale ma del Parlamento; se deve riguardare anche il corpo elettorale, allora bisogna prima modificare la Costituzione.

Le forzature fatte in questi anni con leggi elettorali che costringevano i partiti a coalizzarsi e le coalizioni a dichiarare il candidato premier, che attribuivano premi di maggioranza, che definivano percentuali di seggi attribuibili con criteri in parte proporzionali e in parte maggioritari, che obbligavano a dare vita a liste di candidati bloccate secondo l’ordine di scuderia dei partiti, comprimendo così in modo artificioso la rappresentanza delle posizioni politiche presenti nel Paese, ebbene tutte queste forzature non hanno prodotto maggiore governabilità. Tanto è vero che nessun candidato premier e arrivato indenne alla fine del mandato.

Per non parlare di questa legislatura dove al candidato premier vincente non è stata data neppure l’opportunità di presentare il suo Governo al Parlamento.

Voglio dire che se si vuole che l’Italia venga governata come la Francia della quinta Repubblica, cioè con un regime democratico di tipo autoritario, non basta cambiare la legge elettorale, bisogna prima cambiare la Costituzione, mettendo mano all’organizzazione complessiva delle istituzioni democratiche.

E’ tanto semplice da capire che, se il significato sfugge ai deputati nominati dai partiti che stanno usurpando la rappresentanza della Nazione, vuol dire che o sono ignoranti o hanno la coda di paglia.

In un modo o nell’altro però sono colpevoli di attentare alla solidità del regime democratico repubblicano, mettendo in ridicolo l’autorità del potere legislativo.

Perciò non c’è ragione di insistere nella ricerca di soluzioni che oggi non ci sono.

Se Renzi ha sbagliato un’altra volta i tempi della sua discesa in campo, diventando sì il primo, ma senza il Governo, ed ora corre il rischio di venire fritto a fuoco lento nell’olio dell’andreottismo di destra di centro di sinistra, colga l’occasione che gli si presenta ora di sparigliare senza appello l’assetto cristallizzato delle gerarchie dei partiti e delle istituzioni. Ci mandi al voto con il sistema proporzionale oggi in vigore, spingendo con forza il Paese ad un serrato confronto di idee sui temi del lavoro, dei diritti civili, della inderogabile limitazione dei danni ambientali – primo passo per tentare di rimetterci in sintonia con la natura -, della ricerca di una nuova strada per il benessere delle persone, della costruzione di uno Stato più sobrio e meno invadente della sfera di autonomia dei cittadini.

Il nuovo Parlamento farà, se lo vorrà, la nuova legge elettorale, fuori dai miasmi di questa asfittica legislatura politica senza idee.

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