IL GIOCO IDIOTA DELLA GUERRA

La mamo di Fatima (*)

La mamo di Fatima (*)

Non si può rimanere equidistanti da ciò che è successo fino a ieri in Palestina.
La forza distruttrice dell’esercito israeliano, uno degli eserciti più agguerriti e meglio equipaggiati al mondo, contro le persone inermi, le case, le scuole, gli ospedali, gli altri impianti civili di un popolo disperato, tenuto prigioniero sulla propria terra, a causa delle concorrenti ragioni di stato di Israele, dei paesi arabi confinanti e degli interessi economici occidentali.
Non si può rimanere equidistanti senza diventare complici di quel genocidio.
E tuttavia, ora che le armi hanno cessato (fino a quando?) di esprimersi, non possiamo non farci alcune domande.
I razzi di Hamas su Israele quali vantaggi portano alle persone che vivono nella striscia di Gaza?
I bombardamenti di Israele sulle case, sulle persone che vivono nella striscia quali vantaggi portano agli abitanti di Israele?
L’unico effetto è l’insicurezza e la paura per gli abitanti di quelle terre e la reciproca diffidenza che si trasforma in odio per chi ne viene direttamente colpito.
Non ci si può nascondere dietro il fatto che Israele così facendo combatterebbe il terrorismo.
Hamas non è un gruppo terrorista, ma un gruppo politico che rappresenta una parte del popolo palestinese. Si può essere o non essere d’accordo su come la rappresenta, ma sulla terra del suo popolo ha la stessa legittimità del governo israeliano sul proprio territorio.
Ricordiamoci che per i Borboni di Napoli anche i Mille di Garibaldi erano un gruppo di terroristi, come prima dei mille i trecento di Pisacane.
Io credo che questo gioco della guerra condotto dagli Stati non abbia nulla a che vedere con la felicità di quei popoli, ma abbia tanto a che vedere con l’incapacità dei governanti di dare risposte per il benessere delle persone.
Vanno bene le giornate di preghiera in Vaticano fra capi di Stato nemici, vanno bene le partite di calcio con atleti arabi e israeliani, ma forse se il Papa riunisse attorno ad un tavolo un gruppo di famiglie di contadini israeliani e un gruppo di famiglie di contadini palestinesi a discutere di ciò che li unisce e di ciò che li divide, di ciò che ostacola e di ciò che favorirebbe il reciproco benessere, forse si arriverebbe prima a capirsi e a decidere il da farsi.
Ma bisognerebbe rinunciare all’opzione della guerra, della violenza come mezzo per imporre le proprie ragioni.
Ogni guerra ha sempre dimostrato alla fine che non vi era una ragione così forte da giustificare le morti e le distruzioni provocate. Eppure si continua a governare come se quella ragione ci fosse.
Ho sentito in televisione la signora Ministro della difesa italiano dire che il suo ministero avrebbe dato un contributo alla crescita del nostro Paese rilanciando un programma di costruzione di navi da guerra.
Lo disse con tale ostentata indifferenza e serenità come se raccontasse di un parto della propria acuta saggezza.
Ma non è così, la saggezza vorrebbe opere di pace non opere di guerra.
Pensiamo solo a tutte le risorse distrutte in questi cinquanta giorni di violenza in Palestina. Quanto lavoro di quei contadini è stato bruciato nel fuoco della guerra! Perché quelle risorse per fare la guerra le prendono dal lavoro della povera gente che per vivere non può tirarsi indietro. E su quel lavoro i governi costruiscono i loro disegni di morte.
Ha giustamente suscitato orrore la decapitazione del giornalista americano James Foley diffusa dalle televisioni. Ma non è il mezzo per dare la morte che dovrebbe suscitare orrore. E’ la scelta consapevole di andare ad uccidere l’altra persona che dovrebbe togliere il fiato.
Da questo punto di vista il pugnale del terrorista è uguale al bombardamento di un drone teleguidato da un tranquillo ufficio del civile occidente. Il risultato è identico: la morte di persone indifese e innocenti.
Eppure venti di guerra spirano sempre più forti sul Mediterraneo, nell’indifferenza quasi generale dei popoli europei e nord americani che, per “la roba”, la loro “crescita”, hanno ammainato le bandiere arcobaleno della pace, affidando la rappresentanza collettiva a governi sempre più guerrafondai.
Quei venti sono il risultato del fallimentare intervento occidentale in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia e poi anche in Somalia, in Nigeria.
Ma, più nel profondo, testimoniano della incapacità del mondo occidentale di confrontarsi con il mondo musulmano e con gli altri mondi in termini di uguaglianza e parità. No, il paradigma della civiltà è quello occidentale e gli altri si devono adeguare.
Insomma, nonostante le apparenze non abbiamo mai smesso di essere colonialisti. Ci interessa il petrolio arabo e musulmano perché ci consente di mangiare da sei a dieci volte di più di quello che mangiano loro. E per questo ci sono i nostri eserciti. Se passando travolgono anche bambini, donne, persone indifese, pazienza.
E il gioco idiota della guerra.

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(*) La Mano con l’occhio divino è un simbolo diffusissimo in tutto il Medioriente. Presso i musulmani viene chiamata Mano di Fatima (o “Hamsa” o “Khamsa”, cinque) ed è un simbolo di pazienza, serietà, fede, autocontrollo e temperanza.

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