LA GUERRA IN EUROPA

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La guerra in Europa, riaffacciatasi negli anni ’90 del secolo passato sul territorio della ex Jugoslavia, continua ad essere una eventualità della politica. Lo si vede in questi giorni con la crisi in Ucraina.
Bisogna che se lo ricordino i giovani. Perché se i vecchi nella loro saggezza decideranno per la guerra, saranno i giovani con i loro corpi ad essere buttati per primi nell’ingranaggio della violenza.
La legge non ha congedato nessuno dei maschi in età di leva, ha solo sospeso la leva, tranne che per chi abbia fatto dichiarazione di obiezione di coscienza.
Ma dobbiamo ricordarcelo tutti perché la guerra di oggi è soprattutto la violenza di uomini armati contro uomini disarmati, i civili, che saranno derubricati a vittime collaterali nei rapporti sui bombardamenti chirurgici e sugli spostamenti dei fronti.
Credo che la crisi Ucraina si potrebbe facilmente risolvere con la trattativa bilaterale, se l’occidente rinunciasse a circondare la Russia con le basi americane e della NATO.
Ci diranno che per meglio difendere la democrazia, bisogna schierarsi ai confini della Russia.
La strategia occidentale in realtà punta ad avvicinarsi il più possibile ai luoghi dove sono presenti le maggiori risorse energetiche del pianeta che diventeranno negli anni futuri sempre più scarse e dunque da tenere sotto controllo.
Tuttavia se si affida questa incombenza, la gestione delle risorse energetiche, alla strategia militare, ai costruttori di armi e non alla cooperazione internazionale, il rischio di instabilità e di crisi sarà sempre più grave, di modo che ciò che è successo e sta succedendo in Medio Oriente potrebbe presto riproporsi anche in Europa orientale.
Per il momento si sta organizzando una nuova crociata contro ciò che si continua a chiamare il terrorismo islamico.
Dalle nostre parti si stenta ovviamente a credere che “i terroristi” si vedano invece come movimento di resistenza alle invasioni americane e occidentali, sia militari, sia culturali, tant’è che alla fine, in caso di confronto, saranno sconfitti dalla grande disparità di equipaggiamenti militari. Con il risultato che il giorno dopo ci saranno due ISIS anziché uno.
Ma forse è proprio questo l’obiettivo americano e dei reggicoda europei: creare tante situazioni caotiche come in Libia, così spuntare prezzi più bassi del petrolio, e tenere i piedi in casa d’altri come ai tempi delle colonie.
Nel frattempo far viaggiare come un treno l’industria delle armi e l’ancora più redditizio commercio delle stesse. D’altra parte, quando si dice la crescita, si dice la crescita. Non la vogliono tutti? Al centro, al centro, al centro? (Una volta avrei scritto a destra, al centro, a sinistra). E allora perché prendersela se a crescere è solo l’industria della guerra?
Affrontando questo argomento si toccano con mano delle contraddizioni.
Nessun movimento pacifista, da sempre egemonizzato dalla sinistra, si è mai posto il problema della costruzione e vendita delle armi da guerra. Eppure non c’è contraddizione più stridente che manifestare per la pace e il giorno dopo manifestare per salvaguardare i posti di lavoro nelle tante fabbriche italiane del settore della guerra e farlo, non perché si ha la coda di paglia, ma in perfetta buona fede.
La crescita del settore delle armi può, come sta facendo, contribuire a sostenere il PIL dei paesi costruttori e venditori, ma una volta che queste armi abbiano provocato morte e distruzione si potrà continuare a parlare di sviluppo, di benessere circostanze che in genere noi associamo al concetto di crescita?
Non farebbe bene la sinistra, visto che la decrescita resta tabù, parlare almeno di qualità della crescita se ancora si vuole occupare del benessere delle persone? E così cominciare finalmente ad affrontare il nodo della questione ambientale e della distruzione della biosfera verso cui stiamo camminando?
La pace fra gli stati e negli stati è condizione necessaria per affrontare la questione ambientale che coinvolge tutti i popoli e le culture del mondo.
Per questo non capisco l’indifferenza che si percepisce in questi giorni verso i fronti di guerra aperti o che si stanno aprendo.
Ma sbagliamo a tenere giù la testa o far finta che tanto la guerra riguarda altri. Dovremo almeno tentare di mettere i bastoni tra le ruote a questa politica della guerra che sta costruendo un futuro ancora più fosco.
Che noi lo vogliamo o no, tra venti o trenta anni, la popolazione europea sarà formata da una maggioranza di cittadini di origine non europea, così come negli USA la popolazione bianca sarà diventata una minoranza.
Non saranno le nostre misere guerre o le nostre misere leggi sull’immigrazione a fermare questo processo.
C’è bisogno di ricostruire un movimento per la pace come condizione per stare dentro a questo processo di incontro fra culture diverse in modo sereno, nella prospettiva di un reciproco arricchimento.

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