Renziani e Berlusconiani uniti nella lotta.

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Lo Statuto dei diritti dei lavoratori prevede che in Italia, nelle aziende con almeno 15 dipendenti, il licenziamento è valido sole se avviene per giusta causa o giustificato motivo.
Cioè, in sostanza, non è ammesso licenziare nessuno in modo discriminatorio.
Nel caso succedesse, il lavoratore può fare ricorso al giudice che dichiara la nullità del licenziamento e decide il reintegro nel posto di lavoro con risarcimento di tutte le mensilità perdute (Art. 18).
Che significa in modo discriminatorio? Che non si può licenziare distinguendo, facendo una differenza, trattando in modo diverso i lavoratori in base al sesso, alla razza, alle opinioni politiche, alla religione, alla partecipazione alle attività e alle lotte sindacali.

La disposizione è prevista dalla legge n. 300 del 1970 che ha come titolo, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della liberta sindacale e dell’attivita sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.
Già solo con riferimento a questo titolo, una modifica alla legge avrà a che fare con una maggiore tutela o con una minore tutela. La modifica potrà essere quindi una riforma o una controriforma.
Ciò che oggi la gran cassa dell’informazione governativa, ma anche i moniti del Presidente della Repubblica, vogliono fare passare come riforma, in realtà sarà una controriforma perché diminuerà le tutele alla libertà e dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro.

Infatti, il governo del fare vuole allentare questa tutela (non si sa ancora fino a che punto) perché sarebbe un ostacolo agli investimenti privati, in particolar modo a quelli stranieri, e perché creerebbe disuguaglianza tra i lavoratori protetti dalle norme della legge 300 e gli altri.
Affermare questa idiozia equivale a dire che gli imprenditori investirebbero in Italia se fossero liberi di licenziare a seconda del loro capriccio: o i maschi o le femmine o i transessuali o gli eterosessuali o gli omosessuali, o i bianchi o i neri o i gialli o i comunisti o i fascisti, o quelli che fanno sciopero e attività sindacale.
E’ a questo che si vuole arrivare allora? Dare la possibilità di licenziare chi “dà fastidio” con gli scioperi e le assemblee? Chi ancora tenta di difendere la dignità delle persone nel mondo del lavoro?
Ma questo non potrebbero comunque farlo, replicherebbe il governo del fare (impostori!), perché c’è l’art. 3, primo comma della Costituzione che recita:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
E c’è pure l’art. 15 dello Statuto che dichiara la nullità degli atti o patti discriminatori.
Già è vero, l’art. 3 della Costituzione! E l’art. 15 dello Statuto!
Ma se si elimina la norma dell’art. 18 dello Statuto (reintegro nel posto di lavoro, deciso dal giudice, per i licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo), l’art. 3 della Costituzione rimarrebbe una bella enunciazione ma impossibile da far valere sui posti di lavoro.
E la previsione dell’art. 15 dello Statuto (nullità del licenziamento per le discriminazioni), ammesso di riuscire a provare l’intento discriminatorio, sarebbe attivabile solo a seguito di un lunghissimo processo civile per danni, ai sensi dell’art. 2043 del codice civile (Chi provoca agli altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo).
Oggi invece il lavoratore non deve provare l’intento discriminatorio del suo padrone, ma è quest’ultimo che deve spiegare al giudice la giusta causa o il giustificato motivo che ha portato al licenziamento.

Come si vede l’art. 18 gioca un ruolo fondamentale nel nostro ordinamento perché consente al lavoratore (che fa il proprio dovere di lavorare) di esercitare anche in fabbrica i propri diritti di cittadino, senza per questo rischiare la sanzione del licenziamento.
Diverso sarebbe se quei diritti dipendessero dal capriccio del padrone. La storia ci ha insegnato che molte volte i padroni hanno discriminato i lavoratori.
Durante il fascismo anche in molte fabbriche private, i non iscritti al partito non entravano. Durante la prima Repubblica, vigente la Costituzione, prima del 1970, molti sindacalisti CGIL , venivano licenziati o confinati in reparti isolati dagli altri lavoratori. L’anno scorso i lavoratori attivisti sindacali, licenziati da Marchionne nelle fabbriche Fiat del sud, sono stati reintegrati dal Giudice del lavoro.

Non basta, raccontano così tante falsità che riescono a sostenere senza vergognarsi che abolendo l’art. 18, tutti i lavoratori avrebbero il medesimo trattamento. Sarebbero più uguali. Invocano cioè il principio di uguaglianza per togliere diritti, non per attribuirli a chi ne difetta.
Sarebbe come dire che per rendere uguali i cittadini che abitano  una casa con i cittadini senza tetto, ci mandassero tutti a vivere sotto i ponti.
E’ vero che renziani e berlusconiani, uniti nella lotta, sostengono che l’art. 18 ancor che attribuire diritti, creerebbe privilegi ingiustificati.
Ma se si compilasse la lista dei privilegi in Italia, anche il più nero reazionario con un minimo di buona fede non potrebbe che scrivere in fondo alla lista quelli accordati dall’art. 18.
Di modo che, soltanto dopo aver tagliato tutti quelli iscritti prima, e non avere ancora risolto i problemi della crisi, si potrebbe, con una qualche parvenza di giustizia, chiedere ai lavoratori di piegare la testa un’altra volta.

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