LA GRIDA DI RENZI

Azzeccagarbugli 1

 

Per la minoranza del Partito Democratico il governo avrebbe manifestato tutta la sua debolezza nel richiedere “la fiducia” al Senato sulla legge delega in materia di lavoro, nel cui ambito sono contenute le norme che consentiranno al governo stesso di controriformare l’art. 18 dello Statuto dei diritti del lavoratori.

Tale minoranza che essendo contraria alla controriforma, ha votato a favore della fiducia al governo, contribuirà così, assieme alla maggioranza, a cancellare l’art. 18.

Questo effetto però non sarà immediato.

Per quanto scontate, manca ancora l’approvazione della Camera dei Deputati, e la successiva promulgazione da parte del Presidente della Repubblica.

E soprattutto manca ancora il Decreto Delegato che dovrà essere approvato dal Governo, una volta entrata in vigore la legge delega in questione.

Teoricamente il Governo, se la legge passerà così come è passata al Senato, potrebbe addirittura riformare l’art. 18 nel senso di estendere anziché restringere il suo ambito di applicazione. Sappiamo che Renzi e chi lo tiene lì vogliono restringere, se non eliminare, ma, da quello che non c’è scritto nella legge, potrebbero fare anche il contrario.

Ed è proprio questa la beffa fatta dal Governo al Parlamento (e lo sfregio fatto alla Costituzione): essersi fatto dare una delega in bianco su una questione concernente i diritti individuali delle persone.

Se pensiamo che storicamente i Parlamenti sono nati per codificare i diritti individuali e sottrarli così all’arbitrio del potere esecutivo, che li considerava alla stregua di privilegi, revocabili al bisogno, possiamo misurare il passo indietro fatto oggi dalla democrazia in Italia e dai lavoratori che dovranno misurarsi non più con la legge ma con le “grida” di Renzi.

E’ vero, questa grida, se diventerà legge, sarà dichiarata prima o poi incostituzionale, per contrasto con l’art. 76 della Costituzione, che prevede la possibilità per il Parlamento di delegare al Governo l’emanazione di una legge.

Ma la delega deve essere sempre circostanziata, non in bianco; devono essere indicati i principi a cui la legge delegata dovrà conformarsi.

Vedremo come riuscirà il Presidente della Repubblica a promulgare la legge, arrampicandosi sugli specchi, nonostante l’età.

Ma, attenzione! Ciò potrà succedere, voglio dire la dichiarazione di incostituzionalità, fino a che la Corte Costituzionale sarà un organo di garanzia e non di parte, come piano piano si tenta di trasformarla: questa patologica insistenza a votare candidati fedeli al Principe vorrà pur dire qualcosa.

E’ per questo che non aveva senso dire di sì ad una legge alla quale si è contrari, come ha fatto la minoranza del PD.

Anche se il Parlamento nel suo complesso approverà la legge delega, sappiamo che è un Parlamento illegale, eletto con una legge elettorale illegale, tenuto in vita dalla protervia di un Presidente della Repubblica messo lì apposta per tenere insieme ciò che andava sciolto.

Trattandosi di diritti, avrebbe avuto allora un forte valore di testimonianza il votare secondo coscienza e dire di no ad una imposizione ingiustificata. Sarebbe servito anche per ridare una faccia limpida al Parlamento.

Resta così il dubbio che di farsa si sia trattato, per misurare le forze all’interno di un sistema di potere partitico che non ha più nulla da dire ai cittadini.

Saremmo allora in pieno trasformismo ante suffragio universale.

E’ stato detto più volte in sede storica che vana fu l’esperienza dell’Aventino, non avendo impedito al fascismo di diventare fascista. Ma almeno la dignità personale quei deputati poterono affermarla a loro onore di fronte a tutti.

Ieri c’è stato in Senato un Aventino all’incontrario. La maggioranza dei senatori ha rinunciato alla dignità dell’ufficio ricoperto per volontà del popolo italiano e ha venduto la prerogativa di legiferare a un governicchio dei poteri forti e oscuri.

Da ieri siamo un po’ meno cittadini e un po’ di più sudditi.

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