«…DEL NO, PER LI DENAR VI SI FA ITA.» (1)

canto 21

E’ il verso 42° del canto XXI dell’Inferno di Dante. “… in quel luogo, per denaro, ogni “no” diventa “sì””.
Lo scrisse riferito agli “anzian di Santa Zita” cioè ai governanti del Comune di Lucca che, evidentemente, erano soliti applicare gli statuti comunali a seconda del denaro che veniva loro elargito, barattavano il pubblico bene con il bene del le loro tasche.
Un po’, cioè, come succede oggi in tutta Italia.
Una schiera di barattieri si è ormai impadronita della pubblica amministrazione, sotto la guida accorta di politici traditori del patto giurato sulla Costituzione.
Della pena infernale riservata da Dante ai barattieri, condannati ad essere immersi nella pece bollente, come i cetrioli in salamoia, non se ne curano. Neppure quando si protestano fedeli di Santa Romana Chiesa.
Men che meno si curano dei precetti laici indicati nelle leggi della Repubblica, poiché sanno che se una legge dice, ne troveranno un’altra che disdice e, se non la troveranno, sanno che i loro avvocati mescoleranno le carte a modo, come novelli azzeccagarbugli alle prese con grida che, come le secentesche, lasciano sempre il tempo che trovano, di fronte a giudici quantomeno frastornati da norme sempre cangianti, da interpretazioni applicabili a seconda della qualità dell’imputato, da procedure bizantine studiate apposta per confondere e perder tempo e far scattare così la trappola, per le leggi, della prescrizione, tanto che quella per certi delinquenti non scatterà mai.
Ho appreso da uno degli articoli pubblicati su Il Manifesto di oggi per commentare la nuova retata di attentatori dei beni comuni, che una delle cause dell’esistenza di questi infami che ci perseguitano è da riscontrarsi nella ventennale cancellazione di regole e di procedure di controllo per favorire la crescita economica.
Ora, se in linea di massima si può concordare con questa diagnosi, dobbiamo però concludere che se l’onestà dipende da una procedura, allora “non resta che far torto o patirlo”, poiché nessuno ha ancora elaborato l’algoritmo dell’onestà e dubito che verrà mai elaborato.
Piuttosto si tratterebbe di mettere persone oneste ai posti di amministratori del bene comune e di dare agli elettori la possibilità di scegliere tra persone oneste.
Per fare questo occorre che gli elettori abbiano una effettiva possibilità di scelta.
In democrazia i nomi di presidente, onorevole, senatore, governatore (la parola si usa ma è estranea al nostro ordinamento), sindaco, assessore, consigliere indicano delle funzioni individuate per amministrare nella trasparenza il bene comune. Non sono qualità di una persona, non sono titoli onorifici o nobiliari.
C’è da dire a onor del vero che, da come si comportano molti titolari di tali funzioni, se han presieduto qualche organo pubblico, saran sempre presidenti. Hanno inventato, loro e giornalisti al seguito, la qualifica di presidente o quant’altro “emerito”, per dire che quella funzione resterà connaturata alla loro persona come una qualità innata. Da questa confusione tra funzione e qualità personale vengono, tra l’altro, le prebende che han chiamate vitalizi, assegni di reinserimento, elargizioni di locali e personale messi a disposizione di super-amministratori anche per anni e anni dopo che hanno dismesso i paramenti o che sono stati sconfitti alle elezioni.
Uno è presidente finché occupa quella funzione, quando non la occupa più è un signore se lo era già prima.
Dobbiamo quindi rieducarci tutti a queste differenze che in democrazia sono sostanziali.
Ma se gli elettori sono dei baggiani, opportunamente imboniti, continueranno a eleggere i soliti ladri. Questo rischio c’è, ma è meglio correre questo rischio piuttosto che definire a priori chi sono i saggi tra cui scegliere gli amministratori. Quando si preferisce la saggezza a priori, di solito molti non saggi finiscono in galera anche se non sono ladri.
Occorre allora che la procedura di scelta degli amministratori sia onesta, chiara, corretta, senza artifici e trucchi, che sia rispettata l’uguaglianza del voto espresso e che l’elettore veda che chi prende più voti avrà maggiori responsabilità di governo e che chi ne prende meno avrà maggiori possibilità di controllo su chi governa.
Io, fra le causa dell’attuale disfacimento della pubblica amministrazione, sotto i colpi di una corruzione ormai incontrollabile, avrei messo anche la legge elettorale scelta per stabilire la rappresentanza della nazione, che non è né onesta, né chiara, né corretta. Non l’ho dico io ma lo ha detto anche la Corte Costituzionale. Ma non interessa a nessuno.
Purtroppo la strada che si sta percorrendo per cambiarla non lascia speranza che si opererà nel segno della correttezza e della uguaglianza del voto. La toppa, anche in questo caso, sarà peggio del buco. Per cui è certo che la corruzione continuerà.

________________________
(1) Riporto il testo completo di quel passo dell’inferno, Canto XXI, versi 37-42
“… Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa ita». ”

Il diavolo dal ponte dove eravamo disse: «O Malebranche (è il nome della schiera di diavoli che hanno in custodia le anime dei barattieri), ecco uno degli anziani di Santa Zita (del comune di Lucca)! Gettatelo nella pece, mentre io torno nuovamente a quella città che è piena di barattieri: lo sono tutti tranne Bonturo Dati (detto con sarcasmo visto che il Bonturo era uno dei maggiori di quella confraternita); là, per denaro, ogni ‘no’ diventa ‘sì’».

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