NON VIOLENZA

non violenza

Di fronte ai fatti di Parigi, io credo che, prima di ogni altra considerazione, debba essere totale la condanna per l’uccisione di persone indifese e disarmate.
E che la condanna dovrà essere riproposta con la stessa assolutezza e partecipazione ogni qualvolta verrà perpetrata da chicchessia e in qualunque luogo.
C’è bisogno, anzi c’è sempre più bisogno, di affermare il diritto alla non violenza nei rapporti tra le persone. C’è urgente bisogno di educare alla non violenza come fondamento della convivenza tra le persone e i gruppi sociali.
Non c’è giustificazione alcuna, morale, politica, sociale, religiosa, per accettare che persone indifese e disarmate siano uccise coscientemente da altre persone.
Ciò non significa idealizzare la convivenza, pensandola senza problemi e quindi senza conflitti, che cisaranno sempre. Ma significa eliminare la violenza come opzione per affrontare i problemi e come strumento nei conflitti.
L’unica eccezione dovrebbe rimanere la legittima difesa, verso chi ci sta usando violenza, limitandola alle circostanze concrete in cui essa si manifesta.
Se a sparare è una persona di tradizioni musulmane, la legittima difesa non è prendersela con i musulmani.
Su un romanzo che sto leggendo in questi giorni ho trovato un pensiero che mi sembra adatto per cercare di illuminare meglio questa affermazione. Non ci sono uomini buoni o cattivi, ma ci sono azioni buone o cattive.
Se una persona copie un’azione cattiva e ammazzare persone inermi lo è, colpiamo il responsabile cercando di arrestarlo, di processarlo, di condannarlo alla pena che la legge prevede.
Che senso ha prendersela con un miliardo e mezzo di persone di religione o di tradizione musulmana perché chi ha ucciso partecipa egli stesso di quel gruppo? Sappiamo tutti benissimo che la quasi totalità di quelle persone aspira come noi a vivere in pace e serenità sulla propria terra. Perché allora far finta di dimenticarlo?
Eppure, in questi giorni, insieme alla solidarietà verso i giornalisti colpiti e verso gli ebrei francesi ugualmente colpiti, non sono mancate le parole e le azioni razziste, le parole inneggianti alla crociata, l’affermazione strabica di un occidente, ovviamente superiore, dove trionfa tutto il meglio.
Ma ci rendiamo conto di che cosa ci stiamo raccontando?
Il tiro, soprattutto da parte del Governo francese, è stato poi spostato dai musulmani, ai terroristi musulmani. E questo è un passo avanti anche se il terrorismo islamico non è un soggetto unitario, ma una pluralità di organizzazioni con finalità e metodi diversi e a volte antitetici fra loro.
La religione è assunta da queste élites guerrafondaie come ideologia per millantare il consenso dei popoli da cui provengono anche se nessun gruppo sociale si è espresso esplicitamente in loro favore.
Fa eccezione Hamas, gruppo di resistenza armata palestinese, nel quale si riconosce una parte del popolo palestinese, il quale del resto non ha preso la religione a scudo delle sue azioni.
Molte di queste organizzazioni sono state inventate in occidente e fatte finanziare dai regimi arabi sottomessi, per favorire questo o quell’altro interesse occidentale. La Francia stessa non è estranea a questo gioco delle parti, sia in Libia, sia negli altri stati africani dove sono presenti reparti dell’esercito francese, sia in medio oriente con la partecipazione ai bombardamenti selettivi sull’Iraq occupato da ISIS.
Parlare in generale di guerra al terrorismo islamico assume quindi una valenza di ambiguità che, come una spessa nebbia, andrebbe velocemente diradata.
Sia perché le élites guerrafondaie che dirigono gli Stati dell’occidente democratico (uso qui l’aggettivo guerrafondaio in senso “oggettivo” con riferimento alle immense risorse che l’occidente destina a eserciti e armamenti) questa guerra l’hanno finora concepita come guerra di bombardamenti sui territori e sulle popolazioni di quei paesi (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia), provocando centinaia di migliaia di morti, feriti e mutilati che con assoluta cecità ci rifiutiamo di contare e di considerare.
Sia perché con l’emergenza terrorismo si è spesso finito per allentare il rigore dello stato di diritto, per approdare a comportamenti repressivi fondati non sulla legge, ma sulla vista buona di chi comanda e di chi ha in mano il controllo delle forze di polizia, per arrivare a limitare la libertà di cittadini o gruppi di essi, armando molte volte le mani a carnefici e torturatori.
La speranza di uscire da questa emergenza è allora legata ad un nuovo approccio culturale e politico che sostituisca lo strumento militare, con la ricerca del confronto, in termini di parità, su tutti gli aspetti delle vicende politico-territoriali, istituzionali, economiche e sociali, avendo come traguardo la libertà e l’indipendenza per tutti i popoli coinvolti. Una sorta di diritto alla non violenza anche fra gli stati oltre che fra le persone.
Questo approccio per avanzare avrebbe però bisogno di un forte sostegno democratico da parte dei popoli europei e occidentali.
Mi sembra invece che ci stiamo facendo irretire da una nuova versione del nazionalismo, che vuol dire considerare la propria parte, ieri la nazione, oggi l’occidente, come la parte migliore del mondo a cui gli altri, quelli che stanno fuori, devono guardare per seguirne gli insegnamenti e i comandi e per servire.
Questa versione del nazionalismo sta presentando falsamente l’occidente come una cittadella assalita dai barbari, islam, immigrati, rom, ebrei a seconda dei casi, mentre è l’occidente che con la globalizzazione dei mercati ha inventato un nuovo modo per succhiare risorse alle altre zone del mondo, facendo credere di avere liberalizzato tutti i mercati, con lo scopo di accrescere a dismisura le ricchezze delle proprie esclusive classi abbienti e di impoverire tutti gli altri.
Titolava lunedì “La Repubblica” sulla manifestazione di Parigi:
“La rivolta di Parigi: “Libertà””.
Ma non si rendono conto del ridicolo di questo titolo? La Francia, una delle nazioni più libere e ricche del mondo che chiede libertà? Scordandosi oltretutto di uguaglianza e fraternità? Ma che dovrebbero chiedere allora i cittadini che vivono negli slum di Calcutta?
Credo che manifestare per la libertà di espressione di un giornale come “Charlie Hebdo” significhi anche pretendere dagli altri grandi mezzi di comunicazione un racconto più conforme alla realtà dei fatti e meno copiato dalla versione di comodo di chi comanda. Altrimenti, se il racconto è sempre uguale, che bisogno c’è della libertà di espressione?

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