LIBERTA’ DALLA VIOLENZA

reinventiamo

Non ci sono parole per prendere le distanze dalle atrocità dei miliziani dell’ISIS. Gli sgozzamenti degli ostaggi sequestrati e ora il rogo per il militare giordano prigioniero. Bruciato vivo in una gabbia. Ma tante altre violenze sono state denunciate e si possono immaginare fatte patire a tante altre persone, colpevoli solo di non essere solidali con il loro disegno di violenza e di morte.
Non, colpevoli di essere cristiani – per cui in molti siti del bigottismo italico si invita a pregare Iddio per i cristiani perseguitati, di modo che se fossero buddisti i perseguitati , si potrebbe anche non pregare – no, colpevoli di essere persone che pensano di poter vivere una vita libera dalle fiamme della violenza.
Se potessi aprire una parentesi, chiederei a questi oranti se fosse stato più colpevole Giordano Bruno del militare giordano, tanto che ad accendere il fiammifero di quel rogo ci pensarono i loro papi.
Ma non ci sono parole perché ora c’è la violenza pura dell’assassino che non ha alcuna giustificazione e non ne sente il bisogno di averla. Il richiamo alla legge islamica è pura propaganda per mascherare la loro condizione di mercenari. Un passo avanti si farebbe se cercassimo di capire di chi sono al soldo.
Di solito invece noi siamo abituati ad assistere a molte violenze, giustificate però. E fanno molto meno male.
Giustificate dal fatto che è lo Stato, depositario – così ci insegnano i machiavellici – dell’uso della violenza a nome di tutti, che decide di usarla per raggiungere gli scopi prefissi. Così le parole per prendere o non prendere le distanze dalla violenza degli Stati si trovano sempre, a seconda dell’idea politica che uno sostiene.
Forse in pochi di noi si ricordano che la tanto apprezzata “primavera araba” in Egitto è stata soffocata nel sangue dal colpo di stato di un generale che ora è alleato dei nostri governi e dei grandi comandanti in capo dell’occidente.
“Premier président élu dèmocratiquemen en Egypte, en 2012, Mohamed Morsi avait été destitué le 3 julliet 2013 par Abdel Fattah Al-Sissi, alors chef de l’armée. Celui-ci a été élu président dix mois plus tard, après avoir éliminé toute opposition islamiste puis laique et libérale. A la suite del la destitution de M. Morsi, policiers et soldats ont tué plus de 1.400 manifestants pro-Morsi, e plus de 15.000 Frères musulmans ou sympathisants on été emprisonnées. Des centaines ont été comdamnés à mort dans des procès de masse expédiés en quelques minutes.”
“Primo presidente eletto democraticamente in Egitto, nel 2012, Mohamed Morsi fu destituito il 3 luglio 2013 da Abdel Fattah Al-Sissi, allora comandante dell’esercito. Quest’ultimo fu eletto presidente dopo dieci mesi, dopo aver eliminato tutte le opposizioni, islamiche, laiche e liberali. In occasione della destituzione di M. Morsi, poliziotti e soldati uccisero più di 1.400 manifestanti pro-Morsi, e più di 15.000 Fratelli Musulmani o loro simpatizzanti furono imprigionati. Centinaia di questi sono stati condannati a morte in processi celebrati in qualche minuto.”
Così scriveva pochi giorni fa, il due febbraio, “Le Monde”, in occasione della conferma della pena di morte per 183 Fratelli Musulmani.
E’ un esempio della violenza giustificata che, di solito, ci passa via così come se non fosse violenza, perché quasi sempre in questi casi troviamo ragioni per guardare da qualche altra parte o perché non ci viene raccontata tutta.
Ma se non ci sono parole da opporre a quella inaudita violenza dell’ISIS, resta solo la rappresaglia o la guerra. Nuova violenza dunque per opporsi alla violenza. In una spirale senza fine.
Ovvio che non sono per l’impunità dei colpevoli, ma se per colpire un colpevole devo colpire due innocenti come posso andare avanti? Il Governo fantoccio dell’Iraq non è in grado di far rispettare la legge sul proprio territorio, e questo grazie al contributo anglo-americano che con una mano ha sorretto l’Iraq e con l’altra lo ha soffocato.
L’Onu potrebbe istituire un tribunale internazionale per giudicare i crimini contro l’umanità compiuti in Iraq e Siria, come fu fatto per i crimini compiuti nella ex Jugoslavia o in Ruanda. Siccome però il tribunale non potrà limitarsi a giudicare solo i crimini commessi dall’ISIS – che giustizia sarebbe così, dato che tanti sono i criminali che percorrono e hanno percorso quelle regioni – non se ne farà di nulla.
Il diritto allora non sembra utilizzabile; la rappresaglia è stata avviata e provocherà nuove rappresaglie dall’altra parte.
La guerra allora. Ma la guerra è lo strumento dei governi , dei costruttori e venditori di armi. Non è uno strumento del popolo.
“L’unica giustificazione per la guerra è la difesa di una cultura che valga la pena di difendere; ma gli stati del mondo moderno hanno sempre meno da difendere al di là delle loro comodità materiali, nonostante le pretese di qualcuno di rappresentare nuove forme di civiltà. Le nuove armi hanno privato di senso la guerra difensiva. I popoli sono stati lasciati senza mezzi di difesa che non siano la distruzione degli altri, e tale distruzione sarà quasi certamente reciproca.”
Lo affermò John U. Nef, della University of Chicago, nel libro War and Human Progress, scritto subito dopo la seconda guerra mondiale (citato in Howard Zinn, Disobbedienza e democrazia, Il Saggiatore, Milano 2003, pag. 355.). Come dargli torto visti gli esempi delle guerre combattute da allora ad oggi.
Non resta che trovare le parole per sconfiggere la violenza.
Oggi, in ogni discorso pubblico la vincono quasi sempre l’interesse, il soldo, l’economia, la forza militare sulla giustizia, la libertà, la pace, la tranquillità, l’uguaglianza, la felicità.
Queste parole poi sono soprattutto in uso dentro i confini della ricchezza, protetti dagli arsenali atomici, dove è semplice raccontarsela. Andrebbero raccontate anche fuori da quei confini. Forse potrebbero sconfiggere la violenza.
Proviamo a parlare ai contadini iracheni e siriani, ai giovani di quei paesi, di giustizia, di libertà, di pace, di tranquillità, di uguaglianza, di felicità, ci direbbero certo che sono d’accordo, ma che per averle anche loro quelle cose, dobbiamo cambiare noi, non loro. Loro più di così non sanno che fare. Da vent’anni ormai stanno resistendo alla violenza, alle bombe, alle distruzioni di ogni genere, che dovrebbero fare? E prima di questi vent’anni hanno resistito ai loro tiranni. E prima ancora ai governatori delle potenze coloniali europee.
Il problema è questo: abbiamo le banche mondiali, i fondi monetari internazionali, gli eserciti più forti del mondo, i nababbi più ricchi e con tutto questo riusciamo a far vivere in tranquillità vigilata, perché ora la paura fa novanta, solo novecento milioni di persone. Gli altri nove miliardi si arrabattano fuori dai nostri confini.
Non abbiamo un progetto da condividere con loro che riguardi la felicità di tutti, pensiamo solo ad incrementare la ricchezza dei nababbi.
Diamoci una regolata.

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