UN NO RASSEGNATO

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Al di là della bagarre sui partigiani che, a dir la verità, non andarono in montagna per la Costituzione, ma per combattere il violento rigurgito del fascismo repubblichino,  alleato con le forze armate di occupazione naziste, a me sembra che il dibattito sui contenuti della riforma costituzionale che si è svolto finora, sia un po’ fuorviante rispetto all’oggetto del contendere.
La riforma in sostanza riguarda l’assetto dei poteri dello Stato che vengono riorganizzati non in funzione della partecipazione democratica dei cittadini, ma degli equilibrii di potere raggiunti all’interno delle camarille che controllano veramente lo Stato.

Essa è anche uno specchietto per le allodole, dietro cui si cela la vera riforma in senso autoritario della democrazia italiana,  rappresentata dalla legge elettorale. Rimanendo in vigore tale legge elettorale, si va comunque verso una dittatura della maggioranza parlamentare – minoranza nel paese – sia che vinca il no sia che vinca il sì al referendum costituzionale. La prova è rappresentata dalla violenza istituzionale operata dal governo Renzi in questi mesi, vigente la vecchia Costituzione, su un Parlamento di nominati e di maggioranze drogate che, per questo, sa benissimo di non essere più il centro della democrazia e non ha più la forza di resistere alle pressioni governative.

Un Parlamento che si affida ai voti di fiducia, che si arrende ai maxiemendamenti trancianti del Governo, agli emendamenti che impongono artificialmente la fine di ogni discussione, è un Parlamento inutile. Ed è diventato inutile perché la sua maggioranza dipende da una truffa formale fatta agli elettori. Questa maggioranza in sostanza risponde al Governo che la tiene in vita e non al Paese.
L’aggravante è che questo tipo di maggioranze drogate sono inconsapevoli della loro inutilità e assecondano addirittura il potere nel percorso verso l’esautoramento dell’istituto parlamentare.
C’è nella riforma costituzionale un piccolo indizio di questa subalternità, là dove si statuisce che il regolamento della Camera dei deputati sarà integrato da uno statuto delle opposizioni. La norma non era presente nel testo governativo ma è uscita dal cilindro di qualche prestigiatore. Ha senso che l’opposizione sia regolamentata, oltretutto dalla maggioranza a cui si oppone? No, non ne ha, perché se deve essere opposizione deve, prima di tutto, essere libera ed avere come unico limite la legge penale, come tutti gli altri cittadini.

L’altro indizio ancora più grave è la serie di complicazioni cui viene sottoposto il procedimento legislativo.

Oggi la Costituzione è chiara: tutte le  leggi devono essere approvate da entrambe la Camere. E’ un procedimento a volte lungo, ma chiaro e univoco.

La riforma introduce  complicazioni che sembrano fatte apposta per ingarbugliare le carte, tra una Camera titolare formale del potere legislativo e un Senato, non più eletto ma nominato all’interno della casta consolidata della periferia politica,  senza più né arte né parte, tenuto in vita con l’unico scopo di continuare ad appesantire la gestazione delle leggi, moltiplicando la tipologia dei procedimenti.

Il risultato sarà di aumentare il contenzioso di legittimità e di accontentare l’alta burocrazia che si annida nelle stanze di palazzo Madama, che deve aver mostrato le armi di cui dispone in quegli armadi di arcana imperii, appena ventilata la eventualità, eliminando il Senato, della soppressione di quei posti altolocati e ancor meglio retribuiti.
Se si voleva fare una cosa seria e superare il bicameralismo perfetto, bastava abolire il Senato.

Entrambe queste riforme sono state approvate da un Parlamento illegale e il Presidente della Repubblica non avrebbe dovuto promulgarle. Ho l’impressione che il referendum costituzionale servirà da sostanziale sanatoria di questa enorme forzatura antidemocratica originaria.
Ben altre avrebbero dovuto essere le modifiche alla Costituzione o almeno, ben altro dibattito avrebbe dovuto coinvolgere il Paese, per adeguare un testo che, per quanto autorevole, dimostra tutti gli anni che ha.
Dell’Unione Europea non se ne parla in Costituzione; della rinuncia da parte dello Stato di battere moneta neppure; della tutela effettiva della riservatezza della vita privata, insidiata da ogni dove, neppure; dei limiti all’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, neppure; dei diritti degli stranieri  che vivono sul territorio della Repubblica, neppure; della indicazione dei beni comuni da tutelare e da sottrarre alle leggi del profitto economico, neppure; della tutela dell’ambiente naturale, neppure; del diritto per tutte le coppie di formarsi una famiglia, neppure; del lavoro per tutti, tanto meno.

Servirebbe un nuovo potere costituente, ma mancano le forze politiche in grado di farsene carico.
Ci è toccato in sorte di vedere un partito, il Partito Democratico, nato da una storia, certo contraddittoria, ma ancorata alle aspettative di promozione sociale delle classi popolari, farsi protagonista delle peggiori riforme costituzionali della storia repubblicana: il pareggio di bilancio in Costituzione, cioè la preminenza degli interessi della rendita finanziaria, su quelli del lavoro; ed ora la rinuncia ad una democrazia partecipata a favore di una democrazia autoritaria, incentrata sul Governo, come ai tempi dello Statuto Albertino, e diretta dall’alto.

La legge elettorale ha poi fatto il resto, abolendo di fatto il suffragio universale.

Così stando le cose, il mio sarà un no rassegnato.

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