Compagni, ma la sinistra è nuda!

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Ormai da qualche lustro, ad ogni fibrillazione pre elettorale, si mette in moto la macchina dell’unità della sinistra, che si figura sempre di avere un ampio bacino elettorale, basta solo far sapere di esistere e i voti arrivano. Da qualche lustro però i voti continuano a non arrivare.

Esiste ancora il raggruppamento L’altra Europa per Tsipras, a cui purtroppo detti il voto, nonostante si è visto che l’Europa di Tsipras è molto simile a quella non di Tsipras, quanto a lacrime e sangue della povera gente. C’è ancora chi pensa che le lacrime e sangue richieste da “sinistra” siano meglio di quelle richieste da destra. E’ un po’ come la favola del Re che si fa cucire un vestito speciale, trasparente; tutti vedono che il Re è nudo, ma tacciono per compiacere il re. Il problema è che nella favola c’è sempre un bambino che, alla fine, si mette a gridare: «Mamma, ma il Re è nudo!». Qui tutti zitti e nessuno che si provi a dire «Compagni, ma la sinistra è nuda!»

La sinistra che abbiamo conosciuto finora cioè, non ha nessuna idea su come uscire dalla crisi ma soprattutto non ha nessuna idea, nessuna parola nuova – ché sono le parole che mettono in moto i pensieri e le azioni – su come cambiare questa società. O meglio, ha le stesse parole della destra: la crescita, la crescita, la crescita. La crescita a prescindere.
La stessa idea di società: un raggruppamento di persone e di istituzioni che stanno insieme per produrre merci e continuare a produrre merci. La società dello spreco, del consumismo e dei rifiuti; dei rifiuti, del consumismo e dello spreco. E, per carità, del lavoro. Che poi sta anche scritto all’articolo uno che siamo fondati sul lavoro.

Perché la sinistra e la destra insieme hanno fatto la riforma delle pensioni, facendo lavorare la gente fino a 67 anni e cammina? Ma per il lavoro, per produrre più merci, più servizi, per consumare di più, per sprecare di più, per produrre una montagna di rifiuti in più e, nel contempo, impedire ai lavoratori di godere dei risparmi di una vita – tali sono i contributi previdenziali, sono i risparmi di una vita di lavoro, altro che contributi –  togliendo loro il tempo necessario per utilizzarli. Con questa nefandezza hanno poi provocato il peggioramento nella vita dei giovani che non trovano più lavoro. Rubando così altro tempo di vita tranquilla anche a loro. Questa idea di vivere per il lavoro ce l’hanno talmente infilata nel DNA che non ci passa neppure per la testa di fare domenica anche il mercoledì.

Non ho mai sentito nessuno a sinistra parlare di “buon lavoro”, sempre solo di “lavoro”. Se si cominciasse a rivendicare non solo il lavoro, ma il buon lavoro, forse qualche differenza con la destra la si potrebbe trovare. Perché dovremmo chiederci che cos’è il buon lavoro?
E’ buono il lavoro che ti fa mancare il tempo di vivere con la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi ozii, i tuoi pensieri, i problemi della tua comunità?
E’ buono il lavoro che produce inquinamento e malattie?
E’ buono il lavoro che produce merci inutili, fatte solo per diventare rifiuti il più velocemente possibile?
E’ buono il lavoro che produce merci grazie alla schiavitù dei lavoratori immigrati?
E’ buono il lavoro che produce le armi e le munizioni per le guerre e per il terrorismo?

E da ultimo, è buono il lavoro che sta provocando la crisi climatica?

Queste ultime parole poi –  “crisi climatica” –  a sinistra non le conoscono; proprio pensano che siano una questione che riguardi altri, forse Trump, forse l’accordo di Parigi, ma non certo i lavoratori italiani, non certo i poveri di tutto il mondo, non certo l’immagine di un’altra società. La questione invece riguarda tutti, non tanto ciascuno di noi individualmente, ché per quanto bravi, quanto come capacità di avviare processi e scelte collettive, quindi politiche, in grado di fermare il disastro che si preannuncia.

Da questi due pensieri: buon lavoro e crisi climatica, si può intravvedere una società migliore.

Per farlo però bisogna promuovere una nuova sinistra lontana dalle vecchie e nuove oligarchie delle tattiche elettorali, sempre più afone, lontana da quel pensiero di destra, sempre accolto anche da loro, del progresso come capacità di imporsi sulla natura per sfruttarne e sprecarne tutte le risorse. E’ ormai evidente che in questa accezione progredire non vuol dire migliorare.

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