«…DEL NO, PER LI DENAR VI SI FA ITA.» (1)

canto 21

E’ il verso 42° del canto XXI dell’Inferno di Dante. “… in quel luogo, per denaro, ogni “no” diventa “sì””.
Lo scrisse riferito agli “anzian di Santa Zita” cioè ai governanti del Comune di Lucca che, evidentemente, erano soliti applicare gli statuti comunali a seconda del denaro che veniva loro elargito, barattavano il pubblico bene con il bene del le loro tasche.
Un po’, cioè, come succede oggi in tutta Italia.
Una schiera di barattieri si è ormai impadronita della pubblica amministrazione, sotto la guida accorta di politici traditori del patto giurato sulla Costituzione.
Della pena infernale riservata da Dante ai barattieri, condannati ad essere immersi nella pece bollente, come i cetrioli in salamoia, non se ne curano. Neppure quando si protestano fedeli di Santa Romana Chiesa.
Men che meno si curano dei precetti laici indicati nelle leggi della Repubblica, poiché sanno che se una legge dice, ne troveranno un’altra che disdice e, se non la troveranno, sanno che i loro avvocati mescoleranno le carte a modo, come novelli azzeccagarbugli alle prese con grida che, come le secentesche, lasciano sempre il tempo che trovano, di fronte a giudici quantomeno frastornati da norme sempre cangianti, da interpretazioni applicabili a seconda della qualità dell’imputato, da procedure bizantine studiate apposta per confondere e perder tempo e far scattare così la trappola, per le leggi, della prescrizione, tanto che quella per certi delinquenti non scatterà mai.
Ho appreso da uno degli articoli pubblicati su Il Manifesto di oggi per commentare la nuova retata di attentatori dei beni comuni, che una delle cause dell’esistenza di questi infami che ci perseguitano è da riscontrarsi nella ventennale cancellazione di regole e di procedure di controllo per favorire la crescita economica.
Ora, se in linea di massima si può concordare con questa diagnosi, dobbiamo però concludere che se l’onestà dipende da una procedura, allora “non resta che far torto o patirlo”, poiché nessuno ha ancora elaborato l’algoritmo dell’onestà e dubito che verrà mai elaborato.
Piuttosto si tratterebbe di mettere persone oneste ai posti di amministratori del bene comune e di dare agli elettori la possibilità di scegliere tra persone oneste.
Per fare questo occorre che gli elettori abbiano una effettiva possibilità di scelta.
In democrazia i nomi di presidente, onorevole, senatore, governatore (la parola si usa ma è estranea al nostro ordinamento), sindaco, assessore, consigliere indicano delle funzioni individuate per amministrare nella trasparenza il bene comune. Non sono qualità di una persona, non sono titoli onorifici o nobiliari.
C’è da dire a onor del vero che, da come si comportano molti titolari di tali funzioni, se han presieduto qualche organo pubblico, saran sempre presidenti. Hanno inventato, loro e giornalisti al seguito, la qualifica di presidente o quant’altro “emerito”, per dire che quella funzione resterà connaturata alla loro persona come una qualità innata. Da questa confusione tra funzione e qualità personale vengono, tra l’altro, le prebende che han chiamate vitalizi, assegni di reinserimento, elargizioni di locali e personale messi a disposizione di super-amministratori anche per anni e anni dopo che hanno dismesso i paramenti o che sono stati sconfitti alle elezioni.
Uno è presidente finché occupa quella funzione, quando non la occupa più è un signore se lo era già prima.
Dobbiamo quindi rieducarci tutti a queste differenze che in democrazia sono sostanziali.
Ma se gli elettori sono dei baggiani, opportunamente imboniti, continueranno a eleggere i soliti ladri. Questo rischio c’è, ma è meglio correre questo rischio piuttosto che definire a priori chi sono i saggi tra cui scegliere gli amministratori. Quando si preferisce la saggezza a priori, di solito molti non saggi finiscono in galera anche se non sono ladri.
Occorre allora che la procedura di scelta degli amministratori sia onesta, chiara, corretta, senza artifici e trucchi, che sia rispettata l’uguaglianza del voto espresso e che l’elettore veda che chi prende più voti avrà maggiori responsabilità di governo e che chi ne prende meno avrà maggiori possibilità di controllo su chi governa.
Io, fra le causa dell’attuale disfacimento della pubblica amministrazione, sotto i colpi di una corruzione ormai incontrollabile, avrei messo anche la legge elettorale scelta per stabilire la rappresentanza della nazione, che non è né onesta, né chiara, né corretta. Non l’ho dico io ma lo ha detto anche la Corte Costituzionale. Ma non interessa a nessuno.
Purtroppo la strada che si sta percorrendo per cambiarla non lascia speranza che si opererà nel segno della correttezza e della uguaglianza del voto. La toppa, anche in questo caso, sarà peggio del buco. Per cui è certo che la corruzione continuerà.

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(1) Riporto il testo completo di quel passo dell’inferno, Canto XXI, versi 37-42
“… Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa ita». ”

Il diavolo dal ponte dove eravamo disse: «O Malebranche (è il nome della schiera di diavoli che hanno in custodia le anime dei barattieri), ecco uno degli anziani di Santa Zita (del comune di Lucca)! Gettatelo nella pece, mentre io torno nuovamente a quella città che è piena di barattieri: lo sono tutti tranne Bonturo Dati (detto con sarcasmo visto che il Bonturo era uno dei maggiori di quella confraternita); là, per denaro, ogni ‘no’ diventa ‘sì’».

SFREGIO ALLA DEMOCRAZIA

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La democrazia è il governo del popolo, lo dice l’etimologia della parola stessa. Ma se il popolo non si esprime, non vi può essere regime democratico. Se si esprime solo una minoranza del popolo, non si può costituire un governo democratico. Si potrà costituire un governo della minoranza del popolo che non avrà alcuna investitura a rappresentare il popolo. La legge democratica funziona così. Se non funziona così, vuol dire che nella legge c’è un trucco che consente alla minoranza di fare come se fosse maggioranza. E questo non è buono.
Il popolo, se non vuole essere un popolo di sudditi, non deve rispettare le leggi e le altre regole decise dalla minoranza.
Il popolo deve costringere, senza violenza, ma con una forte non violenza attiva della parola, alle dimissioni la minoranza che si comporta come maggioranza, in forza di una circostanza fattuale che niente ha a che fare con la democrazia.
Per questi motivi io credo che l’unica cosa giusta che dovrebbero fare gli eletti (o meglio, gli eletti con il trucco) ai Consigli delle Regioni Emilia Romagna e Calabria, è quella di dimettersi, cioè rinunciare a barare, per ridare la parola al popolo.
Al di fuori di questa soluzione non ci può essere che arbitrio.

LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE

crimini

Mi sono chiesto più volte in questi giorni perché l’ONU non abbia ancora avanzato una richiesta di cessate il fuoco a tutte le forze coinvolte nei conflitti aperti in Iraq e Siria.
Eppure è ormai chiaro che l’ISIS o ISIL non è un gruppo terrorista che minaccia i legittimi governi, ma è una milizia molto numerosa e ben armata, che si confronta sul campo contro gli eserciti statali di Iraq e Siria, contro altre milizie armate operanti nei due paesi, ora anche contro l’alleanza USA e monarchie medioevali del Golfo che bombarda dal cielo e dal mare.
Noi conosciamo le atrocità compiute da ISIS, ma non ci vengono raccontate le atrocità di tutti gli altri.
In particolare non conosciamo gli effetti dei bombardamenti della coalizione dei buoni sulla popolazione civile.
Amnesty International, dopo aver denunciato nel mese di settembre i crimini ISIS verso la popolazione civile, proprio ieri, con un nuovo rapporto circostanziato, ha denunciato i crimini di guerra di cui si stanno macchiando le milizie di musulmani sciiti, operanti in IRAQ.
Queste milizie sciite sono state organizzate dal governo iracheno e dal governo iraniano, in funzione anti musulmani sunniti, perché oppositori delle soluzioni governative inventate dagli americani in Iraq.
In Turchia, nelle università, si confrontano studenti pro ISIS e studenti contrari; il governo ha iniziato a bombardare i guerriglieri curdi che si difendono da ISIS, a riprova che il terrorismo, in realtà, è una copertura da dar da bere ai popoli occidentali, che si bevono qualsiasi cosa passi il convento, assieme all’overdose di pubblicità.
Si può parlare ormai, se si tiene anche conto dell’intervento URSS in Afghanistan nel 1979, di una nuova “guerra dei trent’anni” che coinvolge quel territorio del medio oriente.
A motivi politici, religiosi, egemonici locali, si sommano le pretese egemoniche occidentali, sullo sfondo degli interessi per il petrolio, in un crescendo di violenza inaudita.
In questa situazione esplosiva, un episodio, a prima vista insignificante, potrebbe deflagrare in una nuova guerra generalizzata.
E tutto questo tenendo a margine il conflitto palestinese-israeliano che in realtà si dovrebbe considerare parte in causa. E sottacendo il fatto che questo territorio è circondato da potenze dotate di armamenti atomici.
A mio avviso, quando si ragiona di queste cose, bisogna però prima di tutto rinunciare a pensare come se si stesse giocando a risiko perché, a differenza che nel gioco, qui le persone sono presenti in carne e ossa e muoiono, subiscono ferite, mutilazioni, stupri, perdono i loro beni, la casa, la terra, gli animali. Qui le persone da molti anni sopportano sofferenze indicibili.
E come per ogni guerra, prima o poi, ci si dovrà sedere attorno a un tavolo per trattare la pace.
Allora perché non prima? Allora perché non ora?
Tre milioni di vietnamiti e sessanta mila soldati americani furono uccisi prima di accorgersi che quella guerra non aveva nessun senso, come ogni guerra.
I governi sembrano averlo dimenticato, ma anche i popoli oggi tacciono.
L’ONU era nata per questo, per impedire i conflitti armati, per evitare inutili sofferenze alle popolazioni, per conciliare interessi all’apparenza inconciliabili, utilizzando l’unico mezzo veramente in grado di affrontare i problemi: la trattativa, la trattativa, la trattativa.
Perché anche l’ONU tace? O, se non tace, arma la mano del più forte?

LA GRIDA DI RENZI

Azzeccagarbugli 1

 

Per la minoranza del Partito Democratico il governo avrebbe manifestato tutta la sua debolezza nel richiedere “la fiducia” al Senato sulla legge delega in materia di lavoro, nel cui ambito sono contenute le norme che consentiranno al governo stesso di controriformare l’art. 18 dello Statuto dei diritti del lavoratori.

Tale minoranza che essendo contraria alla controriforma, ha votato a favore della fiducia al governo, contribuirà così, assieme alla maggioranza, a cancellare l’art. 18.

Questo effetto però non sarà immediato.

Per quanto scontate, manca ancora l’approvazione della Camera dei Deputati, e la successiva promulgazione da parte del Presidente della Repubblica.

E soprattutto manca ancora il Decreto Delegato che dovrà essere approvato dal Governo, una volta entrata in vigore la legge delega in questione.

Teoricamente il Governo, se la legge passerà così come è passata al Senato, potrebbe addirittura riformare l’art. 18 nel senso di estendere anziché restringere il suo ambito di applicazione. Sappiamo che Renzi e chi lo tiene lì vogliono restringere, se non eliminare, ma, da quello che non c’è scritto nella legge, potrebbero fare anche il contrario.

Ed è proprio questa la beffa fatta dal Governo al Parlamento (e lo sfregio fatto alla Costituzione): essersi fatto dare una delega in bianco su una questione concernente i diritti individuali delle persone.

Se pensiamo che storicamente i Parlamenti sono nati per codificare i diritti individuali e sottrarli così all’arbitrio del potere esecutivo, che li considerava alla stregua di privilegi, revocabili al bisogno, possiamo misurare il passo indietro fatto oggi dalla democrazia in Italia e dai lavoratori che dovranno misurarsi non più con la legge ma con le “grida” di Renzi.

E’ vero, questa grida, se diventerà legge, sarà dichiarata prima o poi incostituzionale, per contrasto con l’art. 76 della Costituzione, che prevede la possibilità per il Parlamento di delegare al Governo l’emanazione di una legge.

Ma la delega deve essere sempre circostanziata, non in bianco; devono essere indicati i principi a cui la legge delegata dovrà conformarsi.

Vedremo come riuscirà il Presidente della Repubblica a promulgare la legge, arrampicandosi sugli specchi, nonostante l’età.

Ma, attenzione! Ciò potrà succedere, voglio dire la dichiarazione di incostituzionalità, fino a che la Corte Costituzionale sarà un organo di garanzia e non di parte, come piano piano si tenta di trasformarla: questa patologica insistenza a votare candidati fedeli al Principe vorrà pur dire qualcosa.

E’ per questo che non aveva senso dire di sì ad una legge alla quale si è contrari, come ha fatto la minoranza del PD.

Anche se il Parlamento nel suo complesso approverà la legge delega, sappiamo che è un Parlamento illegale, eletto con una legge elettorale illegale, tenuto in vita dalla protervia di un Presidente della Repubblica messo lì apposta per tenere insieme ciò che andava sciolto.

Trattandosi di diritti, avrebbe avuto allora un forte valore di testimonianza il votare secondo coscienza e dire di no ad una imposizione ingiustificata. Sarebbe servito anche per ridare una faccia limpida al Parlamento.

Resta così il dubbio che di farsa si sia trattato, per misurare le forze all’interno di un sistema di potere partitico che non ha più nulla da dire ai cittadini.

Saremmo allora in pieno trasformismo ante suffragio universale.

E’ stato detto più volte in sede storica che vana fu l’esperienza dell’Aventino, non avendo impedito al fascismo di diventare fascista. Ma almeno la dignità personale quei deputati poterono affermarla a loro onore di fronte a tutti.

Ieri c’è stato in Senato un Aventino all’incontrario. La maggioranza dei senatori ha rinunciato alla dignità dell’ufficio ricoperto per volontà del popolo italiano e ha venduto la prerogativa di legiferare a un governicchio dei poteri forti e oscuri.

Da ieri siamo un po’ meno cittadini e un po’ di più sudditi.

TRIBUNALE RUSSELL SULLA PALESTINA

palestina

Comunicato diffuso dall’ufficio stampa del Tribunale Russell sulla Palestina

25 settembre 2014

La sessione straordinaria del Tribunale Russel per la Palestina sulla operazione militare di Israele Protective Edge tenutasi ieri a Bruxelles ha rilevato le prove di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini di assassinio, sterminio, persecuzione ed anche di incitamento al genocidio.

La Giuria [1] ha riferito: “L’effetto cumulativo di un regime di lunga durata di punizione collettiva a Gaza appare infliggere deliberatamente condizioni di vita  per condurre ad una crescente distruzione dei Palestinesi in quanto gruppo, a Gaza”.

Il Tribunale sottolinea che “un regime persecutorio può portare ad un effetto genocida, alla luce della chiara escalation della violenza fisica e verbale relativa a Gaza diffusa nell’estate 2014, il Tribunale sottolinea l’obbligo di tutti gli Stati firmatari della Convenzione sul Genocidio del 1948, di prendere secondo la Carta delle Nazioni Unite, misure considerate adeguate per la prevenzione e la soppressione di atti di genocidio”.

La Giuria ha ascoltato prove da testimoni oculari degli attacchi di Israele durante la guerra di Gaza nel 2014, inclusi i giornalisti Mohammed Omer, Max Blumenthal, David Sheen, Martin Lejeune, Eran Efrati e Paul Mason, e i chirurghi Mads Gilbert, Mohammed Abou Arab, l’esperto di crimini di genocidio come Paul Behrens, il Colonnello Desmond Travers e Ivan Karakashian, capo dell’azione di sostegno e difesa di Children International.

Relativamente al crimine di incitamento al genocidio, il Tribunale ha accolto le prove a dimostrazione di una ripresa al vetriolo della retorica e incitamento razzista nell’estate del 2014. “Le prove mostrano che un tale incitamento si è manifestato in molti livelli della società israeliana, sia sui social media che su quelli tradizionali, dai tifosi di calcio, a funzionari di polizia, a opinionisti, a leader religiosi,e legislatori e ministri del Governo”. 

Il Tribunale ha inoltre rilevato prove dei seguenti crimini:

  1. a) Omicidi volontari;
  2. b)Distruzioni diffuse di proprietà non giustificate da necessità militare;
  3. c) Attacchi diretti intenzionalmente contro una popolazione civile e obiettivi civili;
  4. d) Uso sproporzionato della forza;
  5. e) Attacchi contro edifici dedicati alla religione e all’ istruzione;
  6. f) L’uso dei palestinesi come scudi umani;
  7. g) Impiego di armi, proiettili, materiali e metodi nelle azioni di guerra di natura tale da causare danni eccessivi e inutili sofferenze, intrinsecamente indiscriminati;
  8. h) L’uso della violenza per diffondere  terrore tra la popolazione civile.

Inoltre il Tribunale ha stabilito: “Viene riconosciuto che in una situazione dove vengono perpetrati tipi di crimini contro l’umanità in modo impunito, e dove nella società si manifesta un incitamento diretto e pubblico al genocidio, è molto plausibile che individui o lo stato possano decidere di sfruttare queste condizioni per perpetrare il crimine di genocidio.”

Nota inoltre: “Abbiamo davvero paura che in un ambiente di impunità e di assenza di sanzioni nei confronti di una criminalità grave e ripetuta, le lezioni del Rwanda e di altre atrocità di massa possano ancora una volta restare inascoltate”.

Il Tribunale chiama Israele ad adempiere ai suoi obblighi secondo il diritto internazionale e lo Stato di Palestina ad accedere, senza ulteriori ritardi, allo Statuto di Roma della Corte penale Internazionale, a cooperare pienamente con la Commissione di inchiesta del Consiglio dei diritti umani e ad impegnarsi appieno nei meccanismi della giustizia internazionale.

Il Tribunale inoltre ricorda a tutti gli stati di collaborare per mettere fine alla situazione di illegalità che deriva dalla occupazione israeliana, dall’assedio e dai crimini nella striscia di Gaza. Alla luce dell’obbligo di non fornire aiuto e assistenza, tutti gli stati devono prendere in considerazione appropriate misure per esercitare una sufficiente pressione su Israele, compresa l’imposizione di sanzioni, l’interruzione di relazioni diplomatiche, collettivamente, attraverso organizzazioni internazionali, o, in assenza di consenso, individualmente rompendo le relazioni bilaterali con Israele.

Chiama tutti gli stati ad adempiere al loro dovere “di intraprendere secondo la Carta delle Nazioni Unite azioni che considerino appropriate per la prevenzione e la soppressione di atti di genocidio”.

Oggi il Tribunale ha presentato le sue conclusioni al Parlamento Europeo

[1] Componenti della Giuria

http://www.russelltribunalonpalestine.com/en/sessions/extraordinary-session-brussels/meet-the-jury

[2] Testimoni

http://www.russelltribunalonpalestine.com/en/sessions/extraordinary-session-brussels/witnesses

 

LE TESTIMONIANZE

Le testimonianze di seguito riportate sono state redatte a cura dell’Assopace Palestina e sono state pubblicate sul Manifesto di ieri 01/10/2014,  probabilmente l’unico giornale italiano ad averle pubblicate. Di certo non sono state lette alla Rai, a Mediaset, a Sky

Pre­sen­tiamo qui una sin­tesi di alcune delle testi­mo­nianze rese al Tri­bu­nale Rus­sell. L’unico cit­ta­dino di Gaza dei quat­tro invi­tati che è riu­scito ad arri­vare a Bru­xel­les è il foto­grafo Moham­med Omer, per­ché in pos­sesso di pas­sa­porto olan­dese, agli altri non è stato per­messo il tran­sito in Egitto.

Non una parola volava tra il pub­blico men­tre i testi­moni par­la­vano, ma è stato molto dif­fi­cile al Pre­si­dente della Giu­ria fer­mare gli applausi dopo le testi­mo­nianze, e nella sala gre­mita molti lascia­vano cadere le lacrime

Eren Efrati, ex ser­gente dell’esercito israe­liano.

«Dovete sapere che a ogni sol­dato viene chie­sto di dise­gnare una linea rossa imma­gi­na­ria: se viene oltre­pas­sata, si deve spa­rare». Ini­zia cosi la sua testi­mo­nianza sull’aggressione al quar­tiere di Shuja’iyya. «La sera del 19 luglio i mili­tari israe­liani hanno rice­vuto l’ordine di entrare e occu­pare la zona: non ci sarà resi­stenza, era stato detto loro. Ma la resi­stenza è arri­vata, e molto potente. Tra le 9 e le 11 pm i sol­dati sono stati attac­cati da un mis­sile che ha ucciso 7 di loro. In un solo giorno 13 sol­dati delle Golani Bri­gade sono morti. La pres­sione in Israele era altis­sima e quella sera deci­sero che avreb­bero usato la tat­tica Dahiya: dare a tutti una puni­zione col­let­tiva. L’ordine era: spa­rare a qual­siasi cosa si muova». E Salem Sham­maly è stato ucciso. «Nelle prime ore del mat­tino la fan­te­ria è entrata a Shuja’ya, ha messo sab­bia alle fine­stre e piaz­zato i cec­chini. Alle 10:00 un mes­sag­gio dall’alto: so che siete con­fusi, impau­riti, ma non abbiate paura, i vostri 13 amici non sono morti invano, vi lasce­remo espri­mere la vostra fru­sta­zione. Alle 12:00 i sol­dati si pre­pa­rano per il ces­sate il fuoco, indetto alle 13:00. Alle 13:30 Salem Sham­maly, insieme ad altri pale­sti­nesi e un gruppo di soli­da­rietà inter­na­zio­nale, torna tra le mace­rie per cer­care mem­bri della fami­glia. Urla i loro nomi. C’è uno sparo. Salem si alza, urla ancora, attra­versa con un passo la linea rossa imma­gi­na­ria — il sol­dato chiede al supe­riore se può spa­rar­gli — gli viene detto di sì – c’è un altro sparo. Sha­mali si acca­scia e muore». Eren mostra il video dell’assassinio. «Que­sto mas­sa­cro acca­drà di nuovo, e di nuovo, se nes­suno fer­merà Israele. Pro­prio ora Israele ha deciso di stan­ziare 14 bilioni di she­kels nei pros­simi anni per le armi: acca­drà ancora, e sarà molto peg­gio. Da ex sol­dato dico que­sto: l’insulto che que­sta gente, che è sup­po­sta essere sotto il nostro con­trollo, ci fa, nell’alzare la testa, è inac­cet­ta­bile per noi. Que­sta è la dot­trina Dahiya. Nella mente di un sol­dato israe­liano non c’è diritto alla resi­stenza, al pro­te­stare, a mani­fe­stare. Coloro che resi­stono sono ter­ro­ri­sti, sono esseri umani illegali».

Max Blu­men­thal, gior­na­li­sta ame­ri­cano, pro­se­gue:

«Abbiamo tro­vato tra le mace­rie di Shuja’iyya una mappa lami­nata, è la prima volta che viene espo­sta pub­bli­ca­mente. È pro­dotta da una com­pa­gnia israe­liana ma ha la data ame­ri­cana. Mostra una mappa di Shuja’iyya da attac­care: la linea di ven­detta non è imma­gi­na­ria ma real­mente deli­neata (una linea rossa). In alto sulla destra è il luogo dove Sham­maly è stato ucciso. All’estremità sini­stra (aran­cione e nero) è dove Omer Fati è stato ucciso a san­gue freddo. È stato chie­sto a gruppi di uomini se cono­sce­vano l’ebraico. Coloro che rispon­de­vano di sì sono stati sepa­rati dal resto del gruppo ed è stato spa­rato loro al petto. La fami­glia Sham­maly è stata gius.tiziata così. La stessa cosa a Rafah. È una filo­so­fia del geno­ci­dio, il tar­get espli­cito è l’intera popo­la­zione di Gaza. Que­sto mas­sa­cro deve essere ana­liz­zato all’interno di un secolo di colo­nia­li­smo. La que­stione del geno­ci­dio va posta in que­sto con­te­sto, di fronte al ten­ta­tivo di pre­ser­vare la purezza etnica dell’ebraicità. Ma la gente a Gaza resi­ste, con la loro sumoud, la loro resi­lienza, sono un popolo forte che resi­ste, e così dob­biamo resi­stere anche noi».

David Sheen, gior­na­li­sta indi­pen­dente e regi­sta cana­dese, resi­dente a Dimona, Israele, descrive

«l’incitamento al geno­ci­dio di cui la società israe­liana si sta nutrendo. In ogni suo aspetto, reli­gioso, poli­tico, acca­de­mico, civile. Que­sto inci­ta­mento si nasconde in mes­saggi reli­giosi e fa tre­mare per­ché attra­versa radi­cal­mente tutta la società israe­liana. Inci­ta­menti al geno­ci­dio ven­gono da figure reli­giose come Shmuel Eliyahu (Non dare loro riposo, Deut. 7/2), Yitz­hak Sha­pira (in The King’s Torah scrive sotto quale legge è per­messo ucci­dere pale­sti­nesi, anche bam­bini), figure poli­ti­che come Shi­mon Gapso, sin­daco di Upper Naza­reth (Naza­reth alta è una città ebraica, sono un orgo­glioso ram­pollo di una glo­riosa dina­stia di “raz­zi­sti”), Danny Danon, ex Vice mini­stro della Difesa (secondo lui il più grande pro­blema nello Stato di Israele sono gli arabi di Israele); e Moshe Fei­glin, Naf­tali Ben­nett, Noam Perel, Aye­let Shaked…».

Più David si inol­tra tra le moda­lità in cui avviene que­sto inci­ta­mento al geno­ci­dio, più la sala è attonita.

«Rife­ri­menti ad Ama­lek, Deut. 25, 19, su chi deve essere sog­getto a geno­ci­dio, sono stati tro­vati scritti sui mis­sili dai sol­dati o sel­fies postati sul web (“odiare gli arabi non è raz­zi­smo, è avere valori”): la società israe­liana urla ven­detta e Neta­nyahu ha nutrito que­sto grido di ven­detta. L’uccisione di Moham­mad Abu Khdair, a cui è stata fatta bere ben­zina ed è stato fatto bru­ciare dall’interno, ne è la più disu­mana espres­sione. Ad oggi il 95% della popo­la­zione israe­liana ritiene che l’operazione di aggres­sione a Gaza fosse giu­sti­fi­cata. E i tar­get sono i gio­vani che dis­sen­tono o i gior­na­li­sti come Gideon Levy, che ven­gono attac­cati quo­ti­dia­na­mente e con­si­de­rati traditori».

Moham­med Omer, gior­na­li­sta e foto­re­por­ter di Gaza

testi­mo­nia sulla distru­zione di Khuza’a, mostrando le imma­gini della deva­sta­zione, rac­conta come l’imam sia stato preso, sve­stito, tenuto come scudo umano, sotto tiro e costretto a chia­mare i gio­vani fuori dalle loro case: «Sono stati presi e por­tati in pri­gione, molti di loro sono ancora dete­nuti, non sap­piamo dove»; rac­conta di come Moham­med Taw­fiq Qudeh sia stato giu­sti­ziato dai sol­dati di fronte ai suoi fami­liari; di come hanno dovuto por­tare i corpi dei feriti a spalla per ore di cam­mino per­ché sta­volta la Croce Rossa inter­na­zio­nale non ha fatto il suo dovere. Molte per­sone sono ancora disperse, forse sotto le mace­rie. Altre arre­state, ma Israele non ha rila­sciato i numeri degli arre­stati. «Cosa fa la comu­nità inter­na­zio­nale per que­sta gente? L’assedio dura da 7 anni. È vostra respon­sa­bi­lità di esseri umani di fer­marlo. Sap­piate che ogni giorno che fal­lite nel fer­mare que­sto, ci saranno bam­bini, uomini e donne messi a morte».

Mads Gil­bert è un medico nor­ve­gese che dal 1981 lavora con il sistema sani­ta­rio pale­sti­nese.

«C’è tanta docu­men­ta­zione», dice (UN-OCHAopt, WHO, UNRWA, UNDP; Mini­stero della Salute), tutto il mondo sa. Rac­conta la spro­por­zione tra la marea di gente ferita che affluiva agli ospe­dali e la capa­cità di trat­tarli: «Una notte 500 pazienti sono arri­vati all’ospedale Shifa, ave­vamo 6 sale ope­ra­to­rie e 35 per­sone che ave­vano biso­gno di essere ope­rate con­tem­po­ra­nea­mente. Se volete impa­rare la morale, la disci­plina, venite a Gaza: non rice­vono salari da un anno eppure con­ti­nuano a lavo­rare senza sosta. I mas­sicci danni arre­cati a ospe­dali e cli­ni­che sono incre­di­bili, con enormi con­se­guenze per il trat­ta­mento dei pazienti, la mor­ta­lità, la stessa assi­stenza sani­ta­ria pri­ma­ria è distrutta (53% degli ospe­dali e il 60% delle cli­ni­che sono state deli­be­ra­ta­mente dan­neg­giate o distrutte: 17 ospe­dali su 32, e 47 ambu­lanze) — è stato un attacco deli­be­rato, pia­ni­fi­cato, è colo­nia­li­smo siste­ma­tico che mira a ster­mi­nare il popolo pale­sti­nese, è la dot­trina Dahiya. Non ho mai visto pale­sti­nesi armati in ospe­dali, non ho mai visto un mis­sile lan­ciato da un ospedale».

http://www.assopacepalestina.org/

 

Renziani e Berlusconiani uniti nella lotta.

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Lo Statuto dei diritti dei lavoratori prevede che in Italia, nelle aziende con almeno 15 dipendenti, il licenziamento è valido sole se avviene per giusta causa o giustificato motivo.
Cioè, in sostanza, non è ammesso licenziare nessuno in modo discriminatorio.
Nel caso succedesse, il lavoratore può fare ricorso al giudice che dichiara la nullità del licenziamento e decide il reintegro nel posto di lavoro con risarcimento di tutte le mensilità perdute (Art. 18).
Che significa in modo discriminatorio? Che non si può licenziare distinguendo, facendo una differenza, trattando in modo diverso i lavoratori in base al sesso, alla razza, alle opinioni politiche, alla religione, alla partecipazione alle attività e alle lotte sindacali.

La disposizione è prevista dalla legge n. 300 del 1970 che ha come titolo, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della liberta sindacale e dell’attivita sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.
Già solo con riferimento a questo titolo, una modifica alla legge avrà a che fare con una maggiore tutela o con una minore tutela. La modifica potrà essere quindi una riforma o una controriforma.
Ciò che oggi la gran cassa dell’informazione governativa, ma anche i moniti del Presidente della Repubblica, vogliono fare passare come riforma, in realtà sarà una controriforma perché diminuerà le tutele alla libertà e dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro.

Infatti, il governo del fare vuole allentare questa tutela (non si sa ancora fino a che punto) perché sarebbe un ostacolo agli investimenti privati, in particolar modo a quelli stranieri, e perché creerebbe disuguaglianza tra i lavoratori protetti dalle norme della legge 300 e gli altri.
Affermare questa idiozia equivale a dire che gli imprenditori investirebbero in Italia se fossero liberi di licenziare a seconda del loro capriccio: o i maschi o le femmine o i transessuali o gli eterosessuali o gli omosessuali, o i bianchi o i neri o i gialli o i comunisti o i fascisti, o quelli che fanno sciopero e attività sindacale.
E’ a questo che si vuole arrivare allora? Dare la possibilità di licenziare chi “dà fastidio” con gli scioperi e le assemblee? Chi ancora tenta di difendere la dignità delle persone nel mondo del lavoro?
Ma questo non potrebbero comunque farlo, replicherebbe il governo del fare (impostori!), perché c’è l’art. 3, primo comma della Costituzione che recita:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
E c’è pure l’art. 15 dello Statuto che dichiara la nullità degli atti o patti discriminatori.
Già è vero, l’art. 3 della Costituzione! E l’art. 15 dello Statuto!
Ma se si elimina la norma dell’art. 18 dello Statuto (reintegro nel posto di lavoro, deciso dal giudice, per i licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo), l’art. 3 della Costituzione rimarrebbe una bella enunciazione ma impossibile da far valere sui posti di lavoro.
E la previsione dell’art. 15 dello Statuto (nullità del licenziamento per le discriminazioni), ammesso di riuscire a provare l’intento discriminatorio, sarebbe attivabile solo a seguito di un lunghissimo processo civile per danni, ai sensi dell’art. 2043 del codice civile (Chi provoca agli altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo).
Oggi invece il lavoratore non deve provare l’intento discriminatorio del suo padrone, ma è quest’ultimo che deve spiegare al giudice la giusta causa o il giustificato motivo che ha portato al licenziamento.

Come si vede l’art. 18 gioca un ruolo fondamentale nel nostro ordinamento perché consente al lavoratore (che fa il proprio dovere di lavorare) di esercitare anche in fabbrica i propri diritti di cittadino, senza per questo rischiare la sanzione del licenziamento.
Diverso sarebbe se quei diritti dipendessero dal capriccio del padrone. La storia ci ha insegnato che molte volte i padroni hanno discriminato i lavoratori.
Durante il fascismo anche in molte fabbriche private, i non iscritti al partito non entravano. Durante la prima Repubblica, vigente la Costituzione, prima del 1970, molti sindacalisti CGIL , venivano licenziati o confinati in reparti isolati dagli altri lavoratori. L’anno scorso i lavoratori attivisti sindacali, licenziati da Marchionne nelle fabbriche Fiat del sud, sono stati reintegrati dal Giudice del lavoro.

Non basta, raccontano così tante falsità che riescono a sostenere senza vergognarsi che abolendo l’art. 18, tutti i lavoratori avrebbero il medesimo trattamento. Sarebbero più uguali. Invocano cioè il principio di uguaglianza per togliere diritti, non per attribuirli a chi ne difetta.
Sarebbe come dire che per rendere uguali i cittadini che abitano  una casa con i cittadini senza tetto, ci mandassero tutti a vivere sotto i ponti.
E’ vero che renziani e berlusconiani, uniti nella lotta, sostengono che l’art. 18 ancor che attribuire diritti, creerebbe privilegi ingiustificati.
Ma se si compilasse la lista dei privilegi in Italia, anche il più nero reazionario con un minimo di buona fede non potrebbe che scrivere in fondo alla lista quelli accordati dall’art. 18.
Di modo che, soltanto dopo aver tagliato tutti quelli iscritti prima, e non avere ancora risolto i problemi della crisi, si potrebbe, con una qualche parvenza di giustizia, chiedere ai lavoratori di piegare la testa un’altra volta.

LA GUERRA IN EUROPA

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La guerra in Europa, riaffacciatasi negli anni ’90 del secolo passato sul territorio della ex Jugoslavia, continua ad essere una eventualità della politica. Lo si vede in questi giorni con la crisi in Ucraina.
Bisogna che se lo ricordino i giovani. Perché se i vecchi nella loro saggezza decideranno per la guerra, saranno i giovani con i loro corpi ad essere buttati per primi nell’ingranaggio della violenza.
La legge non ha congedato nessuno dei maschi in età di leva, ha solo sospeso la leva, tranne che per chi abbia fatto dichiarazione di obiezione di coscienza.
Ma dobbiamo ricordarcelo tutti perché la guerra di oggi è soprattutto la violenza di uomini armati contro uomini disarmati, i civili, che saranno derubricati a vittime collaterali nei rapporti sui bombardamenti chirurgici e sugli spostamenti dei fronti.
Credo che la crisi Ucraina si potrebbe facilmente risolvere con la trattativa bilaterale, se l’occidente rinunciasse a circondare la Russia con le basi americane e della NATO.
Ci diranno che per meglio difendere la democrazia, bisogna schierarsi ai confini della Russia.
La strategia occidentale in realtà punta ad avvicinarsi il più possibile ai luoghi dove sono presenti le maggiori risorse energetiche del pianeta che diventeranno negli anni futuri sempre più scarse e dunque da tenere sotto controllo.
Tuttavia se si affida questa incombenza, la gestione delle risorse energetiche, alla strategia militare, ai costruttori di armi e non alla cooperazione internazionale, il rischio di instabilità e di crisi sarà sempre più grave, di modo che ciò che è successo e sta succedendo in Medio Oriente potrebbe presto riproporsi anche in Europa orientale.
Per il momento si sta organizzando una nuova crociata contro ciò che si continua a chiamare il terrorismo islamico.
Dalle nostre parti si stenta ovviamente a credere che “i terroristi” si vedano invece come movimento di resistenza alle invasioni americane e occidentali, sia militari, sia culturali, tant’è che alla fine, in caso di confronto, saranno sconfitti dalla grande disparità di equipaggiamenti militari. Con il risultato che il giorno dopo ci saranno due ISIS anziché uno.
Ma forse è proprio questo l’obiettivo americano e dei reggicoda europei: creare tante situazioni caotiche come in Libia, così spuntare prezzi più bassi del petrolio, e tenere i piedi in casa d’altri come ai tempi delle colonie.
Nel frattempo far viaggiare come un treno l’industria delle armi e l’ancora più redditizio commercio delle stesse. D’altra parte, quando si dice la crescita, si dice la crescita. Non la vogliono tutti? Al centro, al centro, al centro? (Una volta avrei scritto a destra, al centro, a sinistra). E allora perché prendersela se a crescere è solo l’industria della guerra?
Affrontando questo argomento si toccano con mano delle contraddizioni.
Nessun movimento pacifista, da sempre egemonizzato dalla sinistra, si è mai posto il problema della costruzione e vendita delle armi da guerra. Eppure non c’è contraddizione più stridente che manifestare per la pace e il giorno dopo manifestare per salvaguardare i posti di lavoro nelle tante fabbriche italiane del settore della guerra e farlo, non perché si ha la coda di paglia, ma in perfetta buona fede.
La crescita del settore delle armi può, come sta facendo, contribuire a sostenere il PIL dei paesi costruttori e venditori, ma una volta che queste armi abbiano provocato morte e distruzione si potrà continuare a parlare di sviluppo, di benessere circostanze che in genere noi associamo al concetto di crescita?
Non farebbe bene la sinistra, visto che la decrescita resta tabù, parlare almeno di qualità della crescita se ancora si vuole occupare del benessere delle persone? E così cominciare finalmente ad affrontare il nodo della questione ambientale e della distruzione della biosfera verso cui stiamo camminando?
La pace fra gli stati e negli stati è condizione necessaria per affrontare la questione ambientale che coinvolge tutti i popoli e le culture del mondo.
Per questo non capisco l’indifferenza che si percepisce in questi giorni verso i fronti di guerra aperti o che si stanno aprendo.
Ma sbagliamo a tenere giù la testa o far finta che tanto la guerra riguarda altri. Dovremo almeno tentare di mettere i bastoni tra le ruote a questa politica della guerra che sta costruendo un futuro ancora più fosco.
Che noi lo vogliamo o no, tra venti o trenta anni, la popolazione europea sarà formata da una maggioranza di cittadini di origine non europea, così come negli USA la popolazione bianca sarà diventata una minoranza.
Non saranno le nostre misere guerre o le nostre misere leggi sull’immigrazione a fermare questo processo.
C’è bisogno di ricostruire un movimento per la pace come condizione per stare dentro a questo processo di incontro fra culture diverse in modo sereno, nella prospettiva di un reciproco arricchimento.

IL GIOCO IDIOTA DELLA GUERRA

La mamo di Fatima (*)

La mamo di Fatima (*)

Non si può rimanere equidistanti da ciò che è successo fino a ieri in Palestina.
La forza distruttrice dell’esercito israeliano, uno degli eserciti più agguerriti e meglio equipaggiati al mondo, contro le persone inermi, le case, le scuole, gli ospedali, gli altri impianti civili di un popolo disperato, tenuto prigioniero sulla propria terra, a causa delle concorrenti ragioni di stato di Israele, dei paesi arabi confinanti e degli interessi economici occidentali.
Non si può rimanere equidistanti senza diventare complici di quel genocidio.
E tuttavia, ora che le armi hanno cessato (fino a quando?) di esprimersi, non possiamo non farci alcune domande.
I razzi di Hamas su Israele quali vantaggi portano alle persone che vivono nella striscia di Gaza?
I bombardamenti di Israele sulle case, sulle persone che vivono nella striscia quali vantaggi portano agli abitanti di Israele?
L’unico effetto è l’insicurezza e la paura per gli abitanti di quelle terre e la reciproca diffidenza che si trasforma in odio per chi ne viene direttamente colpito.
Non ci si può nascondere dietro il fatto che Israele così facendo combatterebbe il terrorismo.
Hamas non è un gruppo terrorista, ma un gruppo politico che rappresenta una parte del popolo palestinese. Si può essere o non essere d’accordo su come la rappresenta, ma sulla terra del suo popolo ha la stessa legittimità del governo israeliano sul proprio territorio.
Ricordiamoci che per i Borboni di Napoli anche i Mille di Garibaldi erano un gruppo di terroristi, come prima dei mille i trecento di Pisacane.
Io credo che questo gioco della guerra condotto dagli Stati non abbia nulla a che vedere con la felicità di quei popoli, ma abbia tanto a che vedere con l’incapacità dei governanti di dare risposte per il benessere delle persone.
Vanno bene le giornate di preghiera in Vaticano fra capi di Stato nemici, vanno bene le partite di calcio con atleti arabi e israeliani, ma forse se il Papa riunisse attorno ad un tavolo un gruppo di famiglie di contadini israeliani e un gruppo di famiglie di contadini palestinesi a discutere di ciò che li unisce e di ciò che li divide, di ciò che ostacola e di ciò che favorirebbe il reciproco benessere, forse si arriverebbe prima a capirsi e a decidere il da farsi.
Ma bisognerebbe rinunciare all’opzione della guerra, della violenza come mezzo per imporre le proprie ragioni.
Ogni guerra ha sempre dimostrato alla fine che non vi era una ragione così forte da giustificare le morti e le distruzioni provocate. Eppure si continua a governare come se quella ragione ci fosse.
Ho sentito in televisione la signora Ministro della difesa italiano dire che il suo ministero avrebbe dato un contributo alla crescita del nostro Paese rilanciando un programma di costruzione di navi da guerra.
Lo disse con tale ostentata indifferenza e serenità come se raccontasse di un parto della propria acuta saggezza.
Ma non è così, la saggezza vorrebbe opere di pace non opere di guerra.
Pensiamo solo a tutte le risorse distrutte in questi cinquanta giorni di violenza in Palestina. Quanto lavoro di quei contadini è stato bruciato nel fuoco della guerra! Perché quelle risorse per fare la guerra le prendono dal lavoro della povera gente che per vivere non può tirarsi indietro. E su quel lavoro i governi costruiscono i loro disegni di morte.
Ha giustamente suscitato orrore la decapitazione del giornalista americano James Foley diffusa dalle televisioni. Ma non è il mezzo per dare la morte che dovrebbe suscitare orrore. E’ la scelta consapevole di andare ad uccidere l’altra persona che dovrebbe togliere il fiato.
Da questo punto di vista il pugnale del terrorista è uguale al bombardamento di un drone teleguidato da un tranquillo ufficio del civile occidente. Il risultato è identico: la morte di persone indifese e innocenti.
Eppure venti di guerra spirano sempre più forti sul Mediterraneo, nell’indifferenza quasi generale dei popoli europei e nord americani che, per “la roba”, la loro “crescita”, hanno ammainato le bandiere arcobaleno della pace, affidando la rappresentanza collettiva a governi sempre più guerrafondai.
Quei venti sono il risultato del fallimentare intervento occidentale in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia e poi anche in Somalia, in Nigeria.
Ma, più nel profondo, testimoniano della incapacità del mondo occidentale di confrontarsi con il mondo musulmano e con gli altri mondi in termini di uguaglianza e parità. No, il paradigma della civiltà è quello occidentale e gli altri si devono adeguare.
Insomma, nonostante le apparenze non abbiamo mai smesso di essere colonialisti. Ci interessa il petrolio arabo e musulmano perché ci consente di mangiare da sei a dieci volte di più di quello che mangiano loro. E per questo ci sono i nostri eserciti. Se passando travolgono anche bambini, donne, persone indifese, pazienza.
E il gioco idiota della guerra.

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(*) La Mano con l’occhio divino è un simbolo diffusissimo in tutto il Medioriente. Presso i musulmani viene chiamata Mano di Fatima (o “Hamsa” o “Khamsa”, cinque) ed è un simbolo di pazienza, serietà, fede, autocontrollo e temperanza.

PASSO.

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Mi sembra questa l’intenzione di Grillo dopo le elezioni europee.
Sulla legge elettorale ho già scritto altre volte.
Resto convinto proporzionalista, senza sbarramenti e altri trucchi per semplificare ciò che semplice non è.
La nostra è una società complessa, animata da gruppi e ceti molte volte in conflitto o concorrenza, che esprime per questo un insieme variegato di sensibilità politiche e di progetti di governo della cosa pubblica.
Per quale motivo tutto questo debba venire artificialmente semplificato, livellato, distorto con regole elettorali assurde che allontano sempre più l’elettore dal proprio rappresentante?
Questa circostanza si spiega solo con un’idea oligarchica della gestione della cosa pubblica, dove il cittadino interessato, attento, critico, manifestante, combattivo è vissuto come un danno e non come una risorsa, per cui che senso avrebbe farne rappresentare le istanze in un Parlamento che va invece reso il più possibile docile ai comandi del Governo?
Il fatto è però che la cosa pubblica non è una cosa del Governo, è una cosa nostra, di noi cittadini.
E questa affermazione non è una posizione filosofica, è proprio così nella realtà.
Se pensiamo che in Italia il livello della tassazione è pari al 45% del PIL (per qualche studio supererebbe addirittura il 50%), vuol dire che noi dedichiamo circa metà del nostro lavoro, per mettere da parte le risorse che costituiscono la “cosa pubblica”. Altro che cosa del Governo!
E allora perché, se tutti partecipiamo ai sacrifici per costituire la cosa pubblica, il voto di alcuni elettori dovrebbe valere di più di quello di altri, tanto che alcuni verrebbero rappresentati in Parlamento e altri esclusi? La governabilità dicono.
Non è che al fondo di tutto questo ci sia invece la riserva mentale di chi, tutto sommato, ha già deciso di fare a meno del Parlamento? O quanto meno di un Parlamento in grado di controllare veramente il sovrano?
E cioè il Governo ma soprattutto la straricca e intrigante alta burocrazia dello Stato, annidata in tutti e tre i poteri, che in definitiva dirige, orienta e molte volte inquina o disorienta tutta la soffocante e sottostante macchina statale.
Sarà un caso, ma com’è che il Parlamento non riesce neppure a discutere degli F35? Sarà un altro caso, ma com’è che al Consiglio Superiore della Magistratura viene impedito anche solo di parlare della Procura della Repubblica di Milano? Sarà un altro caso, ma com’è che ogni inchiesta sulla violenza della polizia contro cittadini inermi venga sempre costellata di ostacoli procedurali, tali che gli impedimenti dirimenti del dottor Azzeccagarbugli apparirebbero come un gioco enigmistico? E sarà pure un altro caso, ma perché in Italia non si riesce a scrivere nel codice penale il reato di tortura? E il sequestro di Abu Omar, complici i governi della Repubblica, compreso quello in carica che non ha tolto il segreto di stato, e complice la stessa Corte Costituzionale?
Tutti casi? Certo inquietanti per la libertà e la democrazia.
Ricordiamoci che quando non c’erano i Parlamenti, c’era l’assolutismo del sovrano da una parte e l’obbedienza dei sudditi dall’altra.
Cosicché la stessa cosa succederebbe con un Parlamento non più “rappresentanza della nazione”, limitato nel suo essere potere legislativo autonomo dall’obbligo di correr dietro a tutti i decreti governativi, e a tutti i desiderata del comandante in capo, mutilato di una camera di rappresentati del popolo, il Senato, trasformata in camera oscura di nominati tra i membri della casta.
Tale è la riforma Renzi verso cui stanno convergendo tutti i cantori della governabilità di destra, di centro, di sinistra, categorie queste ormai desuete per caratterizzare la nostra politica, dato che ormai tutti hanno imparato a cantare all’unisono e chi canta fuori dal coro è meglio che se ne stia a casa propria.
Per questo non capisco il correr dietro di Grillo alla riforma elettorale di Renzi e a quella costituzionale. So bene che in tanti mi direbbero “guarda che ti sbagli, Grillo Renzi lo vuole snidare”. Ma snidare che cosa? C’è un Parlamento delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale e si vuole un confronto con Renzi sulle regole del gioco? L’unica conclusione possibile allora è un accordo fra bari?
Subito dopo le elezioni europee, dissi ad alcuni amici che toccava ora al movimento cinque stelle la mossa del cavallo. Una mossa spiazzante del tipo “Renzi, appoggiamo un tuo nuovo governo senza la destra fino al 2018 e votiamo un tuo qualunque candidato alla presidenza della Repubblica, se blocchi subito il TAV Torino Lione e smantelli il programma degli F35”.
E invece Grillo ha arroccato: in Europa convergendo con la destra xenofoba, in Italia dichiarando: “Passo”. Dimenticando che agli scacchi questa mossa non c’è.
Sarà un altro caso, ma anche questo inquietante.

Sul plebiscito del 25 maggio

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Credo che l’unico elemento positivo del risultato della lista “L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS” consista nell’aver superato l’iniquo sbarramento del quattro per cento. Per il resto, rispetto al risultato delle elezioni politiche 2013 della stessa area di riferimento, c’è un avanzamento percentuale di 0,2 punti, con una perdita in valore assoluto di circa 300.000 voti.
Infatti, nel 2013 alla Camera dei Deputati SEL raggiungeva il 3,2% e RIVOLUZIONE CIVILE il 2,2%. Totale 5,4%.
Oggi TSIPRAS 4,0%, VERDI 0.9%, IDV 0,7% (Verdi e IDV erano confluiti in Rivoluzione Civile). Totale 5,6%.
SEL nel 2013 correva coalizzato con il PD, oggi no. Ciò nonostante non c’è stato un effetto di maggior fiducia nell’elettorato di sinistra che è rimasto a casa o ha dato altri voti.
L’altro elemento positivo sarebbe stato l’aver aperto, anche se ancora in pochi, un nuovo percorso per l’impegno politico antagonista al sistema. Ma, subito dopo il voto, in SEL si è riaperto il dibattito se appoggiare il PD di Renzi ed alcune sue riforme o se proseguire l’esperienza della lista Tsipras che invece questo PD considera avversario da battere.
Se questa mia analisi è corretta, la nuova esperienza è già finita e sinceramente non capisco gli evviva per la ritrovata vitalità della sinistra che si sono sprecati in alcuni articoli apparsi in questi giorni sul Manifesto.
C’è solo da auspicare che i giovani che si sono impegnati a realizzare questo risultato, e a cui va anche il mio, se pur piccolo, grazie, riescano a dare un can per mano a qualche vecchia cariatide che insiste a considerarsi depositaria del verbo a sinistra e intraprendano autonomamente un cammino nuovo. Fatto, per essere credibile, non di seggi istituzionali da conquistare, ma di predicazione di organizzazione di apprendimento di aiuto in tutti i luoghi del disagio sociale, dai quali solo può nascere una società più giusta.

Renzi ha vinto le elezioni europee parlando d’altro, calando le tasse in vista del voto da vero baro da gioco d’azzardo, sfruttando il vuoto di direzione politica, per non dire altro, che caratterizza il centro destra nuovo e antico, e aiutato dal Movimento 5 stelle che non ha saputo essere all’altezza della situazione.
A mio parere il M5S avrebbe dovuto inchiodare il PD e il centro destra alle loro gravi responsabilità per avere applicato senza battere ciglio le ricette dell’Europa dei banchieri e per essere quindi corresponsabili dei danni sociali causati. Questo messaggio è stato solo sfiorato, preferendo trascinare la campagna elettorale in una tenzone da cavalleria rusticana, sottovalutando i mezzi dell’avversario.
Il risultato non è stato una disfatta, come gorgheggiano i centrosinistridestristi ma anche alcune di quelle cariatidi di cui sopra.
E’ stata una battuta di arresto soprattutto per i principali contenuti programmatici con cui quel movimento si è finora caratterizzato.
La politica trasparente e pulita, la democrazia diretta, la tutela dell’ambiente.
Sembrava che gli elettori apprezzassero, invece par di capire che è ancora troppo popolare il detto “Franza o Spagna purché se magna …”
La riprova sta nel modo fisiologico con cui sono state digerite le nuove inchieste sulla greppia della corruzione pubblica.
Ora Renzi ha le mani libere per tentare quella riforma autoritaria della democrazia e dello Stato che le oligarchie del denaro della burocrazia dell’esercito della magistratura hanno progettato per lui, per rendere un servizio alla governabilità del paese (Ma quando mai è stato ingovernabile? Sono, se mai, le camarille politiche ad essere inquiete ad ogni piè sospinto, per qualsiasi poltrona in palio, tanto da scambiare quasi sempre il loro interesse a conquistarla, con l’interesse del paese.).

Questa riforma autoritaria la faranno approvare anche dagli ex comunisti che ancora restano in Parlamento, i quali hanno imparato ad approvare tutto senza ritegno, che sia Monti o Letta o Renzi a proporlo, non fa differenza, sostenuti dagli elettori ex comunisti, lo zoccolo duro degli ex, sessantottini e non (ma che l’hanno fatto a fare il sessantotto) , che forse pensano che ora la rivoluzione si faccia così.
L’ultima votazione a favore riguarda il decreto sull’emergenza abitativa del compagno ministro Lupi, provenienza Comunione e Liberazione.
Hanno stabilito il divieto di fornire acqua luce gas e residenza a chi occupa abusivamente un alloggio. Che ci siano minori o persone in difficoltà o rifugiati politici con diritto d’asilo, non ce ne può fregar di meno. Come dicono in val di Cornia.
Ha protestato anche l’Alto Commissariato dell’O.N.U. per i rifigiati, eppure hanno votato e approvato con grande ragione l’editto di Renzi il riformatore. Bravi. Fine.