“Di fronte a una crisi economica senza precedenti: necessario l’impegno massiccio da parte dello Stato.”

Ho tradotto dal francese questo articolo di Gaël Giraud pubblicato il 1° aprile 2020 sul sito http://www.revue-projet.com.
L’articolo è molto interessante, e mi sembra un contributo innovativo rispetto al dibattito corona-bond sì, corona-bond no. Soprattutto individua gli strumenti attraverso cui l’Europa può diventare centrale nel superare il difficile momento in cui si trovano le famiglie e le imprese. 
Gaël Giraud è un economista ma è anche un gesuita. Le sue proposte sono però molto vicine a quelle dalla sinistra in Europa (l’Europa deve stampare tutti gli euro che servono per superare la crisi, senza nuovi debiti per gli Stati), non del centro-sinistra che non ne ha.  Gaël Giraud, tra le altre cose, propone che la Banca Centrale Europea cancelli tutti i debiti degli Stati membri, facendo in modo che questa immediata liquidità vada direttamente a famiglie e imprese, senza passare dalle banche. Ecco il suo pensiero.

«Se la crisi sanitaria è la prima emergenza, l’economista Gaël Giraud ci avvisa della profonda crisi economica che ci sta in agguato. Questo, influenzando direttamente l’economia reale, non assomiglia affatto alla crisi del mercato azionario del 1929 o a quella del subprime del 2008. Come evitarlo? L’autore suggerisce di rompere gli schemi  ideologici neoliberisti che hanno guidato i nostri governi e istituzioni fino ad oggi. Chiede un massiccio impegno statale per creare posti di lavoro e la cancellazione di parte del debito pubblico.

 

Ripetiamolo: questa pandemia avrebbe potuto e dovuto essere evitata se, come la Corea del Sud e Taiwan, l’Occidente e l’India avessero praticato uno screening sistematico dall’inizio dell’epidemia, con conseguente quarantena dei casi positivi e una capillare distribuzione di mascherine[1]. Inoltre, il confinamento in quanto tale serve solo a  guadagnare tempo sulla pandemia. Ma se questo tempo non viene utilizzato per produrre gli enzimi che consentono di eseguire test in gran numero, è tempo perso: alla fine del confinamento, una frazione troppo piccola della popolazione sarà immunizzata contro il virus e l’epidemia ricomincerà a diffondersi, rimettendo in ginocchio il settore ospedaliero. Per non parlare della possibilità di mutazione del virus.

Le priorità sanitarie sono quindi chiare:

fornire urgentemente ai nostri medici e operatori ospedalieri le attrezzature di cui hanno bisogno per salvare subito vite;

aumentare considerevolmente il numero di test: la Francia si prepara ad effettuare 200.000 test a settimana, quando la Germania ne effettua 500.000 settimanali dall’inizio della pandemia. Oltre a un sistema ospedaliero molto meno colpito dall’austerità di bilancio rispetto a quello della Francia[2], questa pratica di screening (raccomandata dall’inizio della crisi dall’OMS e dai medici cinesi) spiega in gran parte il basso numero di vittime al di là del Reno, finora.

Tuttavia, la crisi sanitaria è ovviamente accoppiata a un’altra, che sarà molto più duratura: la depressione economica che sta già colpendo quasi tutte le economie del mondo. L’esplosione della disoccupazione metterà un gran numero di governi sotto una pressione politica molto forte: come non cedere alla tentazione di ricostruire rapidamente il “mondo di prima” per frenare a corto termine l’emorragia di posti di lavoro? Al contrario, accontentarsi di ricostruire il mondo di ieri significa esporre la nostra società a una vulnerabilità che la pandemia di Covid19 dimostra essere fatale. E sappiamo già che ci saranno altre pandemie. Come possiamo uscire da questo dilemma?

 

Non accontentarsi del “mondo di ieri”

Certo, la velocità con cui è caduto un certo numero di tabù è a prima vista incoraggiante: il Presidente della Repubblica (si intende lella Repubblica Francese ndt) annunciava lui stesso, al Consiglio dei Ministri il 18 marzo, che non c’erano più limiti al debito pubblico. Tuttavia, dobbiamo rimanere cauti: il rifiuto di Germania e Paesi Bassi di autorizzare l’emissione di obbligazioni europee che consentirebbe immediatamente di finanziare i colossali sforzi per la salute dei paesi della zona euro è il sintomo che, per la maggior parte, i blocchi ideologici sono ancora lì.

La condivisione dei debiti sovrani, che i corona-bonds[3] renderebbero possibile, sarebbe infatti vista agli occhi dei “falchi” della Renania come la mancata sanzione della gestione di bilancio da parte dei paesi del Sud, che essi reputano irresponsabile. Proponendo di condizionare la concessione di aiuti economici alla realizzazione di nuove riforme strutturali, i Paesi Bassi testimoniano che il loro modo di pensare non è cambiato[4].

Pertanto, invece di comprendere che sono proprio queste riforme che, contribuendo allo smantellamento del servizio sanitario pubblico, sono responsabili dei gravi tassi di mortalità subiti dall’Italia e dalla Spagna (forse presto la Francia), essi credono ostinatamente che l’abilità dei tedeschi e dei fiamminghi di “risparmiare” sia la spiegazione del basso numero di morti registrate, finora, dai nostri due vicini. Stanno rinnovando, così facendo, i modelli di pensiero infondati che vogliono che sia l’austerità del risparmiatore che finanzia l’investimento, mentre è proprio il credito bancario che, dal XIII secolo in Europa, è la principale fonte di finanziamento per qualsiasi investimento[5].

 

Si può stimare che almeno un milione di lavoratori ha già o sta per perdere il lavoro.

Questa resistenza ideologica, basata su una teoria economica che confonde la gestione microeconomica di una famiglia con la macroeconomia di una nazione, alimenterà sicuramente la tentazione di accontentarsi di alcuni gesti simbolici altamente mediatici, soprattutto, per ricostruire molto rapidamente il tessuto economico di prima della crisi. Sarà aiutata dall’esplodere della disoccupazione: negli Stati Uniti, 3,3 milioni di disoccupati aggiuntivi si sono dichiarati in dieci giorni[6] e si può temere, non solo ci saranno 200.000 morti per il virus ma anche il 30% della disoccupazione oltre l’Atlantico nei mesi a venire[7]. In Francia, lo stato sociale, recentemente criticato come non necessario, dovrebbe svolgere il ruolo di ammortizzatore, ma si può stimare che almeno un milione di dipendenti ha già perso o sta per perdere il lavoro. L’emorragia sarà tanto più grave quanto saranno lunghi e numerosi i vari periodi di confinamento che si susseguiranno per almeno un anno, causate dal ritorno del virus, dalle sue mutazioni e da eventuali seconde picchi di contagio.Il motivo per cui l’estensione del confinamento distrugge ad alta velocità i posti di lavoro è semplice: se il 30% dei dipendenti di un’azienda non può lavorare, perché è malato, o perché esercita il diritto di andare in pensione, questo di solito non significa un terzo in meno di produzione, ma una chiusura definitiva dell’attività. Se quest’ultima è essa stessa parte di una catena di approvvigionamento just-in-time (= produzione industriale avviata solo nel momento in cui si manifesta la domanda e nei volumi richiesti dal mercato. ndt), detta società non ha alcun sostituto: l’intera catena viene interrotta. E nessuno dei collegamenti riuscirà a fare ricavi. Coloro che non hanno  soldi propri per durare alcune settimane rischiano il fallimento.Alcuni economisti tedeschi prevedono un calo del 9% del PIL tedesco nel 2020. Il dato è ragionevole e ci sono poche ragioni credere che succeda altrimenti in Francia e, peggio ancora, in Italia , nel Regno Unito, in Svizzera, nei Paesi Bassi e, soprattutto, negli Stati Uniti. Donald Trump e il suo segretario al Tesoro Steven Mnuchin propongono al Congresso di distribuire un assegno di $ 1.200 a ciascun americano. Si tratta di “denaro distribuito dall’elicottero” (o di quantitative easing per la popolazione) (=politica monetaria che consiste nello stampare moneta da parte della banca centrale distribuendola direttamente ai cittadini.Il quantitiative easing, tipo quello della BCE, è di solito volto a tenere bassi gli interessi sul debito degli stati, e, in teoria, a creare liquidità per imprese e famiglie, cosa, quest’ultima che non si è purtroppo verificata in Europa durante e dopo la crisi finanziaria del 2008. Ndt), supponendo che la Banca centrale si faccia carico di questa emissione di denaro. Basti dire che misure simili avrebbero dovute essere attuate già nel 2009. Si può anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump la bozza di un reddito minimo universale per tutti. Una proposta che è stata avanzata da molte associazioni di cittadini da lungo tempo.

 

Si può anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump la bozza di un reddito minimo universale per tutti.

 

In Europa, la sospensione delle regole del Patto di stabilità (proposta dalla Commissione al Consiglio europeo), l’emissione di “corona-bonds” o l’attivazione di prestiti agli Stati ricorrendo al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES ndt), senza condizioni[8], sono alternative positive tanto più essenziali in quanto gli argomenti invocati, per almeno dieci anni, contro tali decisioni non hanno basi scientifiche. L’ostinazione dei tedesco-olandesi di rifiutare qualsiasi mutualizzazione dei debiti sovrani potrebbe portare, alla fine della crisi, a una profonda rimessa in discussione del progetto europeo: chi, oggi, finge di aiutare gli italiani? I Cinesi[9], i Russi e gli Albanesi.

Diciamolo, i 37 miliardi di euro (0,3% del PIL della zona euro) prelevati dal bilancio comunitario sono ridicoli, rispetto allo sforzo di bilancio che deve essere fatto per evitare all’economia europea una depressione almeno altrettanto grave di quella del 1929. Alcuni calcoli elementari suggeriscono che dovrebbe essere iniettato nell’economia almeno il 10% del PIL europeo. Ciò presuppone, naturalmente, l’istituzione di un pilastro politico all’interno delle istituzioni comunitarie. Progetto che dalla creazione della zona monetaria, è mancato nel progetto europeo[10]. La mancanza di coordinamento solleva subito una questione: a che serve un’Unione se non consente nemmeno di affrontare una simile pandemia? Se gli stati si ritrovano soli, ancora una volta, ad agire?

 

Salvare nuovamente il settore bancario è inutile se l’economia reale crolla.

L’attivazione di un programma di quantitative easing  di 750 miliardi di euro da parte della Banca centrale europea è benvenuta, anche se il suo livello rimane modesto. Soprattutto, rischia di non raggiungere l’obiettivo. I programmi di Quantitative easing precedenti lo dimostrano: la maggior parte degli euro di nuova emissione non sono stati riversati dalle banche private nell’economia reale ma sono stati reinvestiti in altre attività finanziarie, come le azioni, anche al di fuori dell’area dell’euro. Oggi, visto il crollo dei mercati finanziari, gli investitori sono certamente tentati di conservare questa liquidità.

Questo è il motivo per cui, accontentarsi di questo tipo di misura monetaria è ancora una reazione al mondo di ieri, quello della crisi del 2008. Salvare nuovamente il settore bancario è inutile se l’economia reale crolla. È essenziale agire direttamente con le famiglie e le PMI. Come fare? A differenza delle banche private, gli individui non dispongono di un conto di deposito presso la BCE. D’altra parte, la BCE potrebbe rifinanziare le banche pubbliche – in Francia, ad esempio la Banca per gli investimenti pubblici – in modo che possano finanziare direttamente le PMI e le famiglie[11].

Creare posti di lavoro

Tuttavia, le iniziative appena menzionate sono insufficienti. Si deve capire che l’apparato produttivo occidentale è, o sarà, parzialmente bloccato. A differenza del crollo del mercato azionario del 1929 e della crisi dei subprime del 2008, questa nuova crisi economica colpisce innanzitutto l’economia reale.

 

Questa ammissione di impotenza di fronte alla vulnerabilità in cui abbiamo posto la ricerca di rendimenti a breve termine è aggravata dall’ingiustizia nell’assumere rischi personali di fronte al virus.

Stiamo scoprendo che le catene di approvvigionamento just-in-time ci rendono estremamente fragili. Se il confinamento continua, alcune metropoli potrebbero sperimentarlo crudelmente nei giorni o nelle settimane che verranno con le forniture alimentari. Questo è già il caso di Londra. Quando la pandemia sarà definitivamente superata (in circa un anno), la rilocalizzazione delle attività industriali e agricole essenziali sarà all’ordine del giorno di quasi tutti i paesi che, per tre decenni, hanno ceduto la loro sovranità alimentare al gioco della globalizzazione. Un legittimo protezionismo ecologico, sociale e sanitario promette di tornare di nuovo attuale nei prossimi anni[12]. Al contrario, il mantenimento forzato delle catene di approvvigionamento globali espone principalmente donne e lavoratori a basso reddito. Questa ammissione di impotenza di fronte alla vulnerabilità dimostrata dalla ricerca di rendimenti a breve termine è aggravata dall’ingiustizia dei rischi personali di fronte al virus.

Nella maggior parte dei paesi costretti a praticare il confinamento, l’apparato produttivo viene quindi parzialmente spento, o lo sarà presto; le catene globali stanno rallentando e alcune saranno tagliate. Il lavoro è “in sciopero” involontario. Non è solo una crisi keynesiana[13] della domanda (perché chi ha i contanti non può spenderli poiché deve rimanere a casa), è anche una crisi dell’offerta. Questa pandemia ci fa scoprire un tipo di crisi nuovo e senza precedenti, in cui si combina un calo dell’offerta e della domanda. In tale contesto, l’iniezione di liquidità è sia necessaria che insufficiente: le riserve degli attori economici aumenteranno, questo consentirà di limitare un certo numero di mancati pagamenti ma ciò non rimetterà al lavoro coloro che sono, giustamente, confinati e devono rimanere tali se vogliamo evitare il collasso del nostro sistema sanitario. Essere soddisfatti equivarrebbe a dare stampelle a qualcuno che ha appena perso le gambe …

 

Non può quindi che spettare allo Stato creare nuovi posti di lavoro in grado di assorbire la massa dei dipendenti che, quando usciranno di casa, scopriranno di aver perso il lavoro e rilanciare l’economia.

 

Non può quindi che spettare allo Stato creare nuovi posti di lavoro in grado di assorbire la massa dei dipendenti che, quando usciranno di casa, scopriranno di aver perso il lavoro (semplicemente perché la loro attività non è più redditizia o non lo sarà più prossimamente) e rilanciare l’economia. L’idea che lo Stato possa affermarsi come datore di lavoro di ultima istanza non è neanche nuova: su iniziativa del presidente Roosevelt, l’American Works Progress Administration fu istituita negli anni ’30[14]. Oggi gli stipendi nel Regno Unito sono garantiti per l’80% dallo Stato (con un limite di £ 2.500 / mese) e il governo si è impegnato a che nessuno perderà il lavoro dopo crisi[15]. In Irlanda, il 70% dei salari è garantito dallo Stato[16], in Danimarca il 75%[17]. Di fatto, ciò equivale a socializzare il reddito da lavoro e a stabilire lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza. La Danimarca intende andare oltre, con buone ragioni, e sostenere una frazione non solo dei salari ma di tutte le spese delle imprese. L’Italia sta cercando di seguire l’esempio[18].

 

Naturalmente, affinché lo Stato si occupi della reindustrializzazione francese, è necessario riflettere seriamente sui tipi di settori industriali che vogliamo favorire all’uscita dal tunnel. Questo discernimento deve, da un lato, tenere conto dell’imperativo climatico e della conservazione della biodiversità e, dall’altro, operare in ciascun paese, alla luce delle caratteristiche specifiche di ciascun tessuto economico[19]. Ma possiamo già ricordare alcune osservazioni di buonsenso:

  • è sbagliato pensare che l’austerità di bilancio consenta ad un paese di arricchirsi. La spesa pubblica è sempre stata una componente essenziale dell’attività economica. Tecnicamente, questo significa, ad esempio, che i risultati dell’equivalenza ricardiana[20] che si insegna agli studenti da decenni, sono fiabe. Inoltre, l’unica istituzione che non può fallire in nessuna circostanza è lo Stato. In effetti, i default sovrani sono possibili solo per gli stati il ​​cui debito non è denominato nella loro valuta nazionale o la cui banca centrale non può monetizzare il debito, cosa che non avverrà con i corona-bonds.
  • la concorrenza perfetta è un mito, un concetto senza contenuto scientifico. La concorrenza è sempre oligopolistica, imperfetta e quindi inefficace in termini di allocazione di risorse e competenze. In altre parole, l’intervento pubblico, lungi dal violare le leggi sulla concorrenza, può correggere queste inefficienze. Meglio ancora, prendere di mira una politica industriale settoriale (politica vietata dalla Commissione europea per vent’anni per preservare una sana “concorrenza”) è uno strumento comune e normale che la maggior parte dei paesi occidentali ha abbandonato dagli anni ’70 e che si tratta di riscoprire a tutta velocità.

 

L’austerità uccide, ne abbiamo la dimostrazione proprio ora, nei nostri servizi di rianimazione.

È quindi legittimo e necessario che gli Stati occidentali, oggi (come ieri), utilizzino la spesa pubblica per finanziare lo sforzo di ricostruzione dell’apparato produttivo che sarà necessario al termine del confinamento, privilegiando o un settore o l’altro. Ovviamente, i loro debiti pubblici aumenteranno. Dobbiamo ricordare che, durante la seconda guerra mondiale, il deficit pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto il 20% del PIL per diversi anni consecutivi? In assenza di ingenti spese pubbliche ora per salvare l’economia, il deficit sarà molto più grande domani. Non è inutile sottolineare qui che il piano di aggiustamento strutturale imposto alla Grecia non è servito a nulla: il rapporto debito pubblico / PIL di Atene ha raggiunto gli stessi livelli nel 2019 e nel 2010. In altre parole, l’austerità uccide, ne abbiamo la dimostrazione proprio ora, nei nostri servizi di rianimazione. E non risolve alcun problema macroeconomico.

La vera difficoltà – ed è una delle maggiori – consiste nel coordinare e organizzare la creazione di posti di lavoro nella produzione agricola e industriale[21]: la burocrazia statale europea ha perso gran parte della cultura industriale degli alti funzionari del dopoguerra e difficilmente può fare altro che moltiplicare le sciocchezze di controllori e consulenti[22]. Non fa certo eccezione l’alta burocrazia civile francese. Non c’è altra via d’uscita che la collaborazione tra il servizio pubblico e la gestione di gruppi industriali francesi in collaborazione con la società civile e le parti sociali.

 

Cancellare una parte del debito pubblico

Esiste, inoltre, un modo semplice per alleviare immediatamente le finanze pubbliche degli Stati in condizione di emergenza nazionale: cancellare i debiti pubblici detenuti dalla BCE. Come ho accennato in precedenza, la BCE sta già nuovamente  mettendo in circolazione liquidità, acquistando titoli di debito pubblico. Deve farlo immettendo questo denaro non nel sistema bancario ma nell’economia reale e cancellando il debito pubblico che detiene nel suo bilancio. La semplice cancellazione del rimborso del capitale equivale alla scomparsa di diverse centinaia di miliardi di euro di debito sovrano. Nel caso della Francia, una stima suggerisce oggi un importo di circa 400 miliardi di euro[23]. Ciò significherebbe che lo Stato francese potrebbe immediatamente iniettare il 17% del PIL (pre-pandemia) nell’economia. Siamo nell’ordine di grandezza di ciò che gli Stati Uniti hanno fatto durante la seconda guerra mondiale.

 

Siccome lo statuto della BCE dovrà comunque essere rivisto dopo la fine della crisi, l’attuale istituto potrebbe continuare a creare denaro senza capitale proprio o con capitale negativo.

Alcuni ritengono che una tale cancellazione sarebbe sinonimo di Armageddon finanziario. Ma lo sarà ugualmente tra poco, se non prendiamo misure molto forti molto rapidamente: il 30% della capitalizzazione del mercato mondiale è già scomparsa in due settimane. La Banca centrale è l’unica banca che può operare senza capitale proprio (meno di 100 miliardi di euro oggi) o anche con capitale negativo. Può usarli perfettamente per assorbire parte delle perdite che questa cancellazione potrebbe infliggergli e continuare a funzionare. E i trattati europei non obbligano gli Stati membri dell’area dell’euro a rimpinguare la BCE in proporzione al loro PIL. Poiché in ogni caso sarà necessario rivedere completamente lo statuto della BCE a crisi passata, l’attuale istituzione potrebbe continuare a creare denaro senza capitale proprio o con capitale negativo. Questo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Infine, la Corte di giustizia dell’Unione europea non è obbligata a ritenere che tale annullamento del capitale costituisca un finanziamento diretto nascosto dei Tesori nazionali. Tale cancellazione può anche avvenire immediatamente in conformità con l’ortodossia dei trattati. Ortodossia che, in ogni caso, non è più rispettata da nessuno oggi e dovrà essere messa in discussione alla fine della crisi.

L’unico vero rischio di tale cancellazione del debito sarebbe una forte speculazione sull’euro sui mercati dei cambi da parte di investitori che ritengono, a torto, questa politica suicida. Ci sono due risposte a questa eventualità: a) di fronte all’emergenza, una febbre speculativa sui mercati dei cambi sarebbe un male minore; b) oggi gli investitori stanno subendo colossali perdite sui mercati finanziari di obbligazioni e titoli (un terzo della capitalizzazione del mercato mondiale è già scomparsa in due settimane): le circostanze attuali dovrebbero aiutarli a capire che facilitare la spesa di bilancio oggi è l’unico modo per salvare l’Europa. Un attimo di ragione dovrebbe incoraggiarli, al contrario, ad acquistare l’euro se la BCE decide di cancellare i debiti sovrani che detiene.

 

Per ora, l’urgenza è di risolvere la crisi sanitaria il più rapidamente possibile e di uscire dal distanziamento sociale: non vi è alcuna contraddizione tra imperativi sanitari ed economici, al contrario. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è attraverso un massiccio impegno da parte dello stato: in Spagna, le cliniche private sono state requisite; nel nord Italia, gli hotel si stanno trasformando in servizi di rianimazione in campagna. Infine, lo screening è l’unica soluzione per accelerare la fine del confinamento senza condannare le popolazioni a dover tornare immediatamente in quarantena.»

 

 

 

 

 

 

[1] Gaël Giraud, « Dépister et fabriquer des masques, sinon le confinement n’aura servi à rien », Reporterre, 24 mars 2020.

 

[2] Secondo l’OCDE, la Germania dispone del doppio di letti di terapia intensiva pro capite rispetto alla Francia. C.f. Robin Prudent, « Coronavirus :  La Francia ha meno letti di terapia intensiva della media dei paesi sviluppati », France Info, 23 mars 2020.

 

[3] Qui, si tratta di obbligazioni in euro: obbligazioni o titoli di debito garantiti dalla Banca centrale europea e quindi congiuntamente dai paesi dell’area dell’euro, NDLR

 

[4] Cf. G. Giraud, « Les Piigs, la dette et l’anorexie budgétaire », Revue Projet, 2010.

 

[5] Cf. G. Giraud, Illusion financière, Éditions de l’Atelier, 2014.

 

[6] Ben Casselman, Patricia Cohen et Tiffany Hsu, « ‘It’s a Wreck’ : 3.3 Million File Unemployement Claims as Economy Comes Apart », The New York Times, 26 mars 2020.

11/04/2020 Face à une crise économique inédite : le nécessaire engagement massif de l’État | Revue Projet

https://www.revue-projet.com/articles/2020-04-giraud-face-a-une-crise-economique-inedite-le-necessaire-engagement-massif-de-l-etat/10522#_ftn18 5/5

 

[7] Steve Matthews, « U.S. Jobless Rate May Soart to 30%, Fed’s Bullard says », Bloomberg, 22 mars 2020.

 

[8] Come la famosa regola del 3% massimo per il debito pubblico, NDLR

 

[9] In realtà, il governo italiano ha dovuto acquistare attrezzature mediche cinesi. L’interessamento di Pechino è quindi abbastanza relativo.

 

[10] Cf. G. Giraud, « Quelle économie européenne pour demain ? », Revue Projet, septembre 2008.  « L’Europe entre faillite et reconstruction : année zéro », Études, février 2011 et « Après le krach des dettes publiques, reconstruire », Études, octobre 2011.

 

[11] Cf. N. Dufrêne, P. Gilbert et G. Giraud, « Comment financer une politique ambitieuse de reconstruction écologique ? », Institut Rousseau, 2020.  A. Grandjean et N. Dufrêne, Une Monnaie écologique : pour sauver la planète, Odile Jacob, 2020. Ciò presuppone che la Banque Pubblique d’Investissements possa funzionare come una banca, cf. G; Giraud, « Banque publique d’investissement, la mal nommée », Revue Projet n°331, décembre 2012.

 

[12] Cf. G. Giraud, « L’épouvantail du protectionnisme », Revue Projet, février 2011 n°320.  « Plaidoyer pour un protectionnisme européen », Revue Projet, avril 2011, n°321.

 

[13] Nel suo modello, Keynes intende rilanciare l’economia facilitando il credito al consumo, NDLR.

[14] Con l’approvazione dell’economista Milton et di sua moglie. Cf. Milton et Rose Friedman, Two Lucky People, The University of Chicago Press, 1998.

 

[15] RJ Partington, « UK government to pay 80% of wages for those not working in coronavirus crisis », The Guardian, 20 mars 2020.

 

[16] Philip Ryan, « Coronavirus unemployment payment to rise to €350 per week and Government to pay 70pc of retained workers’ salaries », The Independant, 24 mars 2020.

 

[17] Derek Thompson, « Denmark’s idea could help the world avoid a great depression », The Atlantic, 21 mars 2020.

 

[18] Sonia Sirletti, John Follain et Flavia Rotondi, « Italy announces $28 billion plan to cushion virus-hit economy », Bloomberg, 10 mars 2020.

 

[19] Rémi Noyon, « Gaël Giraud : « Avec cette pandémie, la fragilité de notre système nous explose à la figure » », L’Obs, 20 mars 2020.

 

[20] Cioè l’equivalenza tra l’aumento del debito pubblico oggi e l’aumento delle tasse richieste domani per rimborsare questo debito, NDLR.

 

[21] Il problema non è nuovo, cf. G. Giraud, « Quelle politique industrielle en Europe ? », Revue Projet, mai 2010, n°316.

 

[22] Cf. David Graeber, Bullshit jobs, Les Liens qui libèrent, 2018.

 

[23] Michel Lepetit, « Nourrir le débat sur une annulation partielle (370 milliards d’euros) de la dette publique », blog Chroniques de l’Anthropocène, 15 avril 2019.

 

Assiolo

Piccolo dizionario di ecologia – 1

assiolo

L’Assiola

«Non senti l’assiola che grida?
Dev’essere vicina, credo»,
mi disse Mary – sedevamo
all’imbrunire, prima che le stelle s’accendessero, o che ci fossero portate le candele –
e io, che già pensavo che quest’assiola fosse una donna noiosa,
chiesi: «L’Assiola, chi è?» E che sollievo
sapere che non era essere umano,
né una mia imitazione da odiare o da temere!
E Mary che mi vide dentro,
rise e «Non t’inquietare», disse,
«non è che una piccola civetta lanuginosa».

Triste assiola! Molte volte, a sera
avevo udito la tua musica
vicino a boschi e fiumi e prati e colli,
e campi e vasti stagni, –
né voce, liuto, vento o uccello mai commosse la mia anima
come quella tua musica, da tutte
diversa e ben più dolce.
Triste assiola! da quel momento io
t’amai e amai il tuo triste grido.

(da Shelley, Opere, pag. 807 – Traduzione di Francesco Rognoni. Einaudi – Gallimard, Torino 1995)

Compagni, ma la sinistra è nuda!

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Ormai da qualche lustro, ad ogni fibrillazione pre elettorale, si mette in moto la macchina dell’unità della sinistra, che si figura sempre di avere un ampio bacino elettorale, basta solo far sapere di esistere e i voti arrivano. Da qualche lustro però i voti continuano a non arrivare.

Esiste ancora il raggruppamento L’altra Europa per Tsipras, a cui purtroppo detti il voto, nonostante si è visto che l’Europa di Tsipras è molto simile a quella non di Tsipras, quanto a lacrime e sangue della povera gente. C’è ancora chi pensa che le lacrime e sangue richieste da “sinistra” siano meglio di quelle richieste da destra. E’ un po’ come la favola del Re che si fa cucire un vestito speciale, trasparente; tutti vedono che il Re è nudo, ma tacciono per compiacere il re. Il problema è che nella favola c’è sempre un bambino che, alla fine, si mette a gridare: «Mamma, ma il Re è nudo!». Qui tutti zitti e nessuno che si provi a dire «Compagni, ma la sinistra è nuda!»

La sinistra che abbiamo conosciuto finora cioè, non ha nessuna idea su come uscire dalla crisi ma soprattutto non ha nessuna idea, nessuna parola nuova – ché sono le parole che mettono in moto i pensieri e le azioni – su come cambiare questa società. O meglio, ha le stesse parole della destra: la crescita, la crescita, la crescita. La crescita a prescindere.
La stessa idea di società: un raggruppamento di persone e di istituzioni che stanno insieme per produrre merci e continuare a produrre merci. La società dello spreco, del consumismo e dei rifiuti; dei rifiuti, del consumismo e dello spreco. E, per carità, del lavoro. Che poi sta anche scritto all’articolo uno che siamo fondati sul lavoro.

Perché la sinistra e la destra insieme hanno fatto la riforma delle pensioni, facendo lavorare la gente fino a 67 anni e cammina? Ma per il lavoro, per produrre più merci, più servizi, per consumare di più, per sprecare di più, per produrre una montagna di rifiuti in più e, nel contempo, impedire ai lavoratori di godere dei risparmi di una vita – tali sono i contributi previdenziali, sono i risparmi di una vita di lavoro, altro che contributi –  togliendo loro il tempo necessario per utilizzarli. Con questa nefandezza hanno poi provocato il peggioramento nella vita dei giovani che non trovano più lavoro. Rubando così altro tempo di vita tranquilla anche a loro. Questa idea di vivere per il lavoro ce l’hanno talmente infilata nel DNA che non ci passa neppure per la testa di fare domenica anche il mercoledì.

Non ho mai sentito nessuno a sinistra parlare di “buon lavoro”, sempre solo di “lavoro”. Se si cominciasse a rivendicare non solo il lavoro, ma il buon lavoro, forse qualche differenza con la destra la si potrebbe trovare. Perché dovremmo chiederci che cos’è il buon lavoro?
E’ buono il lavoro che ti fa mancare il tempo di vivere con la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi ozii, i tuoi pensieri, i problemi della tua comunità?
E’ buono il lavoro che produce inquinamento e malattie?
E’ buono il lavoro che produce merci inutili, fatte solo per diventare rifiuti il più velocemente possibile?
E’ buono il lavoro che produce merci grazie alla schiavitù dei lavoratori immigrati?
E’ buono il lavoro che produce le armi e le munizioni per le guerre e per il terrorismo?

E da ultimo, è buono il lavoro che sta provocando la crisi climatica?

Queste ultime parole poi –  “crisi climatica” –  a sinistra non le conoscono; proprio pensano che siano una questione che riguardi altri, forse Trump, forse l’accordo di Parigi, ma non certo i lavoratori italiani, non certo i poveri di tutto il mondo, non certo l’immagine di un’altra società. La questione invece riguarda tutti, non tanto ciascuno di noi individualmente, ché per quanto bravi, quanto come capacità di avviare processi e scelte collettive, quindi politiche, in grado di fermare il disastro che si preannuncia.

Da questi due pensieri: buon lavoro e crisi climatica, si può intravvedere una società migliore.

Per farlo però bisogna promuovere una nuova sinistra lontana dalle vecchie e nuove oligarchie delle tattiche elettorali, sempre più afone, lontana da quel pensiero di destra, sempre accolto anche da loro, del progresso come capacità di imporsi sulla natura per sfruttarne e sprecarne tutte le risorse. E’ ormai evidente che in questa accezione progredire non vuol dire migliorare.

UN NO RASSEGNATO

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Al di là della bagarre sui partigiani che, a dir la verità, non andarono in montagna per la Costituzione, ma per combattere il violento rigurgito del fascismo repubblichino,  alleato con le forze armate di occupazione naziste, a me sembra che il dibattito sui contenuti della riforma costituzionale che si è svolto finora, sia un po’ fuorviante rispetto all’oggetto del contendere.
La riforma in sostanza riguarda l’assetto dei poteri dello Stato che vengono riorganizzati non in funzione della partecipazione democratica dei cittadini, ma degli equilibrii di potere raggiunti all’interno delle camarille che controllano veramente lo Stato.

Essa è anche uno specchietto per le allodole, dietro cui si cela la vera riforma in senso autoritario della democrazia italiana,  rappresentata dalla legge elettorale. Rimanendo in vigore tale legge elettorale, si va comunque verso una dittatura della maggioranza parlamentare – minoranza nel paese – sia che vinca il no sia che vinca il sì al referendum costituzionale. La prova è rappresentata dalla violenza istituzionale operata dal governo Renzi in questi mesi, vigente la vecchia Costituzione, su un Parlamento di nominati e di maggioranze drogate che, per questo, sa benissimo di non essere più il centro della democrazia e non ha più la forza di resistere alle pressioni governative.

Un Parlamento che si affida ai voti di fiducia, che si arrende ai maxiemendamenti trancianti del Governo, agli emendamenti che impongono artificialmente la fine di ogni discussione, è un Parlamento inutile. Ed è diventato inutile perché la sua maggioranza dipende da una truffa formale fatta agli elettori. Questa maggioranza in sostanza risponde al Governo che la tiene in vita e non al Paese.
L’aggravante è che questo tipo di maggioranze drogate sono inconsapevoli della loro inutilità e assecondano addirittura il potere nel percorso verso l’esautoramento dell’istituto parlamentare.
C’è nella riforma costituzionale un piccolo indizio di questa subalternità, là dove si statuisce che il regolamento della Camera dei deputati sarà integrato da uno statuto delle opposizioni. La norma non era presente nel testo governativo ma è uscita dal cilindro di qualche prestigiatore. Ha senso che l’opposizione sia regolamentata, oltretutto dalla maggioranza a cui si oppone? No, non ne ha, perché se deve essere opposizione deve, prima di tutto, essere libera ed avere come unico limite la legge penale, come tutti gli altri cittadini.

L’altro indizio ancora più grave è la serie di complicazioni cui viene sottoposto il procedimento legislativo.

Oggi la Costituzione è chiara: tutte le  leggi devono essere approvate da entrambe la Camere. E’ un procedimento a volte lungo, ma chiaro e univoco.

La riforma introduce  complicazioni che sembrano fatte apposta per ingarbugliare le carte, tra una Camera titolare formale del potere legislativo e un Senato, non più eletto ma nominato all’interno della casta consolidata della periferia politica,  senza più né arte né parte, tenuto in vita con l’unico scopo di continuare ad appesantire la gestazione delle leggi, moltiplicando la tipologia dei procedimenti.

Il risultato sarà di aumentare il contenzioso di legittimità e di accontentare l’alta burocrazia che si annida nelle stanze di palazzo Madama, che deve aver mostrato le armi di cui dispone in quegli armadi di arcana imperii, appena ventilata la eventualità, eliminando il Senato, della soppressione di quei posti altolocati e ancor meglio retribuiti.
Se si voleva fare una cosa seria e superare il bicameralismo perfetto, bastava abolire il Senato.

Entrambe queste riforme sono state approvate da un Parlamento illegale e il Presidente della Repubblica non avrebbe dovuto promulgarle. Ho l’impressione che il referendum costituzionale servirà da sostanziale sanatoria di questa enorme forzatura antidemocratica originaria.
Ben altre avrebbero dovuto essere le modifiche alla Costituzione o almeno, ben altro dibattito avrebbe dovuto coinvolgere il Paese, per adeguare un testo che, per quanto autorevole, dimostra tutti gli anni che ha.
Dell’Unione Europea non se ne parla in Costituzione; della rinuncia da parte dello Stato di battere moneta neppure; della tutela effettiva della riservatezza della vita privata, insidiata da ogni dove, neppure; dei limiti all’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, neppure; dei diritti degli stranieri  che vivono sul territorio della Repubblica, neppure; della indicazione dei beni comuni da tutelare e da sottrarre alle leggi del profitto economico, neppure; della tutela dell’ambiente naturale, neppure; del diritto per tutte le coppie di formarsi una famiglia, neppure; del lavoro per tutti, tanto meno.

Servirebbe un nuovo potere costituente, ma mancano le forze politiche in grado di farsene carico.
Ci è toccato in sorte di vedere un partito, il Partito Democratico, nato da una storia, certo contraddittoria, ma ancorata alle aspettative di promozione sociale delle classi popolari, farsi protagonista delle peggiori riforme costituzionali della storia repubblicana: il pareggio di bilancio in Costituzione, cioè la preminenza degli interessi della rendita finanziaria, su quelli del lavoro; ed ora la rinuncia ad una democrazia partecipata a favore di una democrazia autoritaria, incentrata sul Governo, come ai tempi dello Statuto Albertino, e diretta dall’alto.

La legge elettorale ha poi fatto il resto, abolendo di fatto il suffragio universale.

Così stando le cose, il mio sarà un no rassegnato.

LIBERTA’ DI FAMIGLIA

unioni civili

Non so oggi, ma ieri, a girare sui siti internet,  si poteva respirare un’atmosfera da secentesca caccia alle streghe, da parte dei soliti che le streghe e gli omosessuali nel seicento li ammazzavano veramente, come a caccia si uccide la selvaggina.

Dunque gli eredi di Carlo Borromeo, che le streghe le uccideva  anche a quattro alla vota e anche contro le norme del processo inquisitoriale –  sarà per questo che lo hanno fatto santo subito e che, dall’alto di quella stupida statua gigantesca, in bronzo, domina il lago Maggiore, quasi a far la guardia ai possedimenti famigliari  – hanno starnazzato una intera giornata contro l’eliminazione, la quasi eliminazione, degli ostacoli che impedivano ai gay di esercitare il diritto, insito in ogni persona, di vivere la propria vita sentimentale in piena libertà. Perché non può essere la legge che attribuisce questi diritti che sostanziano l’umanità di ciascuno di noi. La legge può creare ostacoli, discriminando, a che tutti possano vivere la propria personalità.

Con la legge sulle unioni civili, purtroppo approvata da un Parlamento illegale, sono stati tolti molti ostacoli giuridici che comprimevano assurdamente la libertà di molte persone, discriminando sui loro orientamenti sessuali. Per quale motivo gli integralisti di tutte le religioni monoteiste, si sentono sfregiati nella loro dignità? Perché esistono nelle loro religioni precetti di condanna e discriminazione verso le persone omosessuali?

Evidentemente non tutti oggi sono disposti a conformarsi a tali precetti oscurantisti, nel senso che oscurano la libertà delle persone che, se vissuta senza violenza, non può essere oscurata da nessuno.

D’altra parte questi stessi integralisti sono molto meno integralisti quando si tratta di applicare altri precetti positivi delle loro religioni come quelli che affermano di amare il prossimo come se stessi. E dunque accolgano questa legge anche solo con la flessibilità mentale con cui loro stessi si comportano in altre situazioni e staremo tutti meglio.

E non si preoccupino della conservazione della famiglia, la cui vitalità sta a cuore a tutti. Ma non della famiglia fondata sul dominio del  maschio sulla femmina, che è la famiglia propugnata dalle loro religioni. Io, da piccolo avevo sempre creduto che i maschi dovessero rispettare dieci comandamenti e le femmine solo nove, tanto erano uguali agli occhi di Dio l’uomo e la donna. Poi più avanti ho capito che non era agli occhi di Dio, ma dei preti.

No, non è quella famiglia che vogliamo conservare, ma costruirne un’altra nella libertà, nel rispetto, nella uguaglianza e dignità dei coniugi, siano essi etero o omosessuali.

Dov’è oggi la sinistra (politica)? I problemi.

Cafaggio - 29

Ho pensato di raccogliere un po’ di idee, alcune già sviluppate in precedenti pagine di questo diario, altre solo abbozzate, con lo scopo di segnare una nuova partenza. Cercherò di dividere il ragionamento in più articoli per non appesantire la lettura.

L’oggetto di questa riflessione riguarda l’orientamento politico di fronte alla evoluzione imbarbarita della nostra società: i diritti delle persone e delle comunità, da sempre limitati da condizioni materiali fortemente disuguali, vengono ora fagocitati da uno statalismo debordante per ogni dove, sempre meno controllabile con i tradizionali strumenti della democrazia.

Il titolo non è fuori tema perché, una volta, la sinistra era per definizione quell’area politica dove si formava il pensiero critico sullo sviluppo sociale, da cui prendeva avvio l’azione per il cambiamento.

Oggi non è più così: la sinistra tradizionale o è omologata al sistema che dice di non voler cambiare più o è nostalgica di un pensiero e di un’azione ormai infecondi.

La ricerca dell’area o delle aree dove si sviluppa oggi il pensiero critico diventa dunque indispensabile per fare qualcosa di buono, che non sia la riproduzione di consunte liturgie, adatte ormai solo a confermare il ruolo di officiante a chi, in realtà, non ha più nulla da dire.

Io vedo oggi principalmente alcuni problemi rispetto ai quali bisogna schierarsi.

Il pianeta terra rischia il collasso e così la distruzione dell’habitat che ha reso possibile lo sviluppo delle società umane. Ciò è successo perché con la civiltà industriale si è affermata la  concezione secondo cui la terra, ma più in generale la natura, è solo un immenso serbatoio di risorse a disposizione dell’umanità; l’uomo, quello occidentale, è stato trasformato in un insieme di bisogni infiniti, per soddisfare i quali è sufficiente attingere a quel serbatoio, in ogni modo e con qualsiasi mezzo, senza badare ai danni provocati. A questi ultimi, comunque, farebbe fronte sempre la scienza e la tecnologia. Ha ragionato così sia il capitalista liberista sia il capitalista dello stato comunista. E ragiona così la stragrande maggioranza della popolazione del mondo ricco che ha assimilato tale concezione, tanto da non vedere i gravi rischi che sta correndo, se non ferma la giostra. E’ sfuggito, si potrebbe dire, il fatto che l’umanità è parte della natura e che i danni inferti alla natura sono danni inferti all’umanità; che se la terra collassa, collassa l’umanità; che, se le risorse della biosfera sono limitate, i bisogni materiali degli uomini non possono essere infiniti.

Il mondo è diviso in due parti tra chi sta dentro e chi sta fuori l’hapartheid della ricchezza. Quelli che stanno dentro consumano anche la roba degli altri. Non si creda infatti che tutto ciò che c’è in Europa, in Nord America, in Giappone sia tutto frutto della terra e del nostro lavoro, è anche frutto di seicento anni di rapine ai danni di tutti gli altri territori e degli altri popoli. Molti di quelli che stanno fuori muoiono ancora di fame o vivono nella povertà più estrema o sono privati di quella dignità che spetterebbe a tutte le persone. Dentro l’apartheid della ricchezza le condizioni materiali di vita sono fortemente polarizzate tra la ricchezza ridondante di un numero limitato di persone e la povertà anche estrema di un crescente numero di persone.

Gli Stati (tutti quanti) difendono lo statu quo mettendo in campo, con grande spreco di risorse, eserciti che contano 30 milioni di soldati (senza contare le polizie e le altre forze di sicurezza interna e senza contare gli eserciti non statali) e un arsenale di 15000 bombe atomiche. Instrumenta regni sono sempre più l’autoritarismo, il razzismo, la farsa del nazionalismo, replicata con insistenza soprattutto dove si tratta di dividere i poveri dai più poveri, per impedire che si uniscano in azioni comuni. Per questo la “legalità” dello Stato si presenta molte volte in contrasto con la dignità della persona umana.
La scarsità di alcune risorse convincono, inoltre, sempre più, gli Stati a fare uso della guerra per accaparrarsele.

La cultura per antonomasia è la cultura di chi sta dentro l’hapartheid della ricchezza, tutte le altre vengono raccontate non come culture autonome ma in rapporto a quella per antonomasia, di modo che tanto più sono lontane da quest’ultima , tanto meglio devono essere redente e omologate. Vince anche in questo campo la prevalenza di ricchezza di mezzi, secondo cui chi è più ricco appartiene ad una cultura superiore e dunque ha il diritto di  imporla a chi di mezzi ne ha di meno.
Un tratto significativo di questa cultura superiore è rappresentato dall’uso della violenza che si manifesta in ogni campo del vivere sociale. C’è proprio una congenita assuefazione alla violenza che non viene percepita come problema.

La democrazia è sempre più affare di élite corrotte che si contendono il potere, ma più che il potere  i vantaggi materiali che ne derivano, essendo quasi sempre il bene comune identificato con la crescita del bene proprio. Il potere reale è invece nelle mani di chi detiene la proprietà del denaro.Non c’è traccia in questa democrazia di condivisione di spazi, di luoghi, di istituti del potere politico fra la pluralità dei soggetti che operano nella società.
La rappresentatività del popolo nelle istituzioni non viene più ricercata, per lasciare il posto all’attitudine al comando di Governi sempre più autoritari.. Assistiamo ad un ritorno alla concezione del potere tipica del dispotismo illuminato: «Tout pour le peuple, rien par le peuple» (Tutto per il popolo, ma niente dal popolo).

Io credo che un movimento che voglia qualificarsi di sinistra non possa che declinarsi in rapporto a tali problematiche, dato che dovrebbe essere ancora sottinteso che la sinistra ha come scopo di realizzare una società di persone libere e uguali, spostando sempre in avanti la soglia di libertà e di uguaglianza.

La sinistra esiste per questo o non esiste.

Ora, è evidente che le condizioni sociali del mondo sopra richiamate, confliggono in modo sostanziale con le condizioni di libertà e di uguaglianza delle persone.

Per questo le forze di sinistra se ne dovrebbero occupare. Ma è veramente così?

RESA, ALTRO CHE RESISTENZA!

resa

Finita la fase di sovradosaggio di retorica sulla patria, la libertà, la resistenza che, ogni anno ormai, con sempre maggior enfasi ma con scarsa autenticità,  ci viene propinata nei dieci giorni precedenti il 25 Aprile dalle somme autorità, si torna, deposti i paramenti della pomposità, al lavorio più sordido di smontaggio delle istituzioni repubblicane nate appunto dalle idee dell’antifascismo resistenziale.

La retorica infatti è  buona per tutti perché, essendo appunto retorica, non dice nulla, ma serve più che altro per far prendere aria in grandi quantitativi alla bocca dei retori e con quell’aria gonfiare idee e concetti vuoti, tanto per non perdere l’occasione di apparire anziché di essere.

Infatti, se qualcuno di questi magister utriusque militiae,  qualcuno di questi duces fosse stato e non solo apparso, avrebbe dovuto dire a Marzabotto come a Milano: “da domani, con le idee dell’antifascismo resistenziale sulla res publica, si chiude”.

L’inizio della discussione alla Camera dei Deputati della nuova legge elettorale, combinata con il progetto di controriforma costituzionale, equivale appunto a questo. Chiudere con quelle idee e avviare lo smantellamento della Costituzione anche per ciò che riguarda l’impianto e l’organizzazione degli organi della democrazia, nati dalla Resistenza.

Anche: perché con i principi di socialità e solidarietà, formalmente ancora presenti, si è già chiuso quando è stata inserita nella Costituzione la norma sull’obbligo del pareggio  di bilancio. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono…..” “purché restino soldi da spendere dopo aver pagato gli interessi agli speculatori finanziari di tutto il mondo.”

Anche: perché con i principi di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e non sulla forza, si è già chiuso quando, violando la Costituzione, i Governi hanno trascinato l’Italia nelle guerre della globalizzazione (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia). “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …” “fin tanto che la NATO non decida diversamente.”

E quali erano quelle idee?

Che il Parlamento fosse centrale tra gli organi della democrazia, in quanto rappresentanza effettiva della Nazione, costituito con il voto libero ed eguale di tutti i cittadini.

Ora invece i novelli duces vogliono che la centralità appartenga da un Governo (controriforma costituzionale in itinere), espressione di una casta autolegittimata, che guidi l’amministrazione dello Stato e diriga pure i lavori del Parlamento, (a quando la sottomissione della magistratura inquirente al Governo?), in gran parte nominato dalla casta stessa (ecco la riforma elettorale), nonostante il circo equestre delle elezioni burla a cui i cittadini saranno chiamati a partecipate. Se anche non partecipassero sarebbe lo stesso. Il meccanismo girerebbe egualmente, basta che a votare ci vadano anche soltanto i candidati da eleggere. Un Parlamento che, così malmesso,  sarebbe chiaramente inutile.

Che diventerà inutile non lo dice nessuno perché comunque resta l’aspirazione anche tra i contrari alle riforme, ma genuflessi come i favorevoli, a venire cooptati tra i membri della casta, se non altro per concorrere a spartire le prebende, per il solo fatto di sedersi su quegli scranni. E tutti sanno che per sedersi non è necessario spremere le meningi.

A questo serve la renziana  legge elettorale che il Parlamento si lascerà imporre. Non si dica infatti che Renzi  vuole imporre la nuova legge elettorale. E’ il Parlamento che, già sottomesso al Governo, si sta per arrendere.

D’altra parte che ci si deve aspettare da un Parlamento che resta arbitrariamente in carica, nonostante sia stato eletto con una legge incostituzionale?

Se l’epilogo sarà quello voluto da Renzi e “le riforme” saranno approvate, un Parlamento illegale alla fine avrà sfregiato irreparabilmente la Costituzione e limitato fortemente il potere del voto dei cittadini. Questa cosa si chiama, se si vuole essere onesti, colpo di stato.

I cittadini intanto dormono o si lasciano imbonire dai tromboni della stampa e del video (libera e libero entrambi, per carità!) …, ma la maggior parte stanno con Renzi anche se voteranno a destra.

Non c’è bisogno però di nessuna insurrezione per fermarli, basterebbe che chi non è d’accordo parlasse per dire di no.

VENERE E LA LUNA

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I ricchi hanno tutte le libertà anche quella di emigrare. I poveri non hanno la libertà di emigrare ma hanno quella di affogare.

Questa è una delle leggi europee, confermata dalla razzistica legislazione italiana che comprende il reato di immigrazione clandestina e l’istituzione dei campi di concentramento per immigrati.

Non hanno colpa i ricchi, ma i burattini che ci governano e che noi costantemente, senza fare una piega votiamo e rivotiamo.

I mandanti delle stragi del Mediterraneo vanno ricercati nei Governi degli Stati europei.

Invece quegli stessi mandanti ci raccontano la favola, primo fra tutti Renzi, di voler andare in Libia con l’esercito per bombardare gli esecutori materiali.

Quanto sono ipocriti e meschini questi governanti e i parlamentari che li sostengono.

C’è del marcio in Danimarca ma c’è pure del marcio a Roma.

Se andranno in Libia con la scusa di affondare i barconi, andranno in verità per il petrolio, come ci andarono con la NATO per scalzare Gheddafi, ostacolo troppo grande per i disegni neo coloniali della globalizzazione.

L’unica cosa seria che possiamo fare noi cittadini è quella di organizzare un ponte di barche tra il nord Africa e le nostre coste per consentire a chi ha bisogno di emigrare di farlo in libertà e sicurezza.

Una volta i contadini poveri dicevano che una bocca in più da sfamare in famiglia non era un problema.

I nostri Governi, con il nostro consenso, stanno buttando nel mare una montagna di milioni per difendere i confini dai poveri che chiedono aiuto. Basterebbe spendere diversamente quei milioni per eliminare incredibili sofferenze e ridare una luce di speranza a chi scappa dalle guerre, innescate o alimentate dall’occidente, e dalla miseria.

Voglio poi aggiungere un’altra impressione.

Ieri sera ho ammirato diverse volte Venere che pareva inseguire una falce di luna nella sua corsa a tramontare sotto la linea dell’orizzonte. Era uno spettacolo incredibile, nel buio della campagna, in un cielo terso e limpido che anche la più piccola stella riusciva a farsi notare, e tutte insieme sembravano contemplare con me quella corsa.

Ecco, ho pensato che certi problemi diventano più semplici da affrontare se ci pensiamo tutti come persone uguali che vivono sotto lo stesso cielo, se ci pensiamo cioè come infinitesima parte di un cosmo illimitato.

La nostra cultura invece ci insegna a pensarci solo nella Storia, la storia dell’Occidente ovviamente, e in questa storia inglobiamo anche il cosmo che ovviamente è quella cosa descritta dalla nostra scienza, che diventa la Scienza per antonomasia. Abbiamo imparato così a non confrontarci con le altre culture, le altre storie, le altre scienze. Abbiamo imparato a imporre a tutti la nostra cultura, la nostra storia, la nostra scienza. In realtà questa grande storia è stata soprattutto storia di genocidi di altri popoli e di stermini di massa perpetrati da governanti da operetta, al servizio di qualche padrone o di qualche rivoluzione.

La pace e la libertà sono altre cose. Richiedono prima di tutto il rispetto reciproco.

IL CASO TSIPRAS

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E’ iniziata una nuova tappa del piano  di destabilizzazione della Grecia.
L’obiettivo è portar via al popolo greco i beni comuni messi insieme dal lavoro delle generazioni che si sono succedute dopo la seconda guerra mondiale. Una parte di questi beni sono stati già rubati con la complicità dei governi che hanno preceduto il Governo Tsipras. Ora tocca all’ultima parte che era già stata promessa in pegno dai precedenti governi e che, invece Tsipras vorrebbe difendere, come mezzo per far ripartire il lavoro, cioè ciò che manca, nel suo paese.

Non sono le misure di solidarietà sociale decise dal nuovo governo greco l’oggetto del contendere. Quelle misure le avrebbe adottate, per dire, anche un governo guidato dalla Caritas, cioè da qualsiasi governo che avesse a cuore il bene delle persone.

Si mira invece al patrimonio del popolo greco e ai salari da fame con cui i lavoratori sono stati costretti a vendersi.

Questo patrimonio  non verrebbe dato all’Europa, che fa da passa carte, ma al patrimonio di quelle 37.000 circa società multinazionali che costituiscono il parlamento della globalizzazione, guidate da quelle esclusive élite che ne costituiscono il governo, cioè il nostro vero nemico da combattere.

Il debito pubblico che il popolo greco, come gli altri popoli indebitati, ha già ampiamente rimborsato, pagando montagne di interessi,  è un cavallo di troia per impadronirsi del resto, della sostanza, della roba. Stanno attuando un piano Marshall all’incontrario.

Persino Obama, il comandante in capo degli eserciti che difendono i confini della civiltà e della ricchezza, è stato zittitto e ha sùbito mollato Tsipras al suo destino, dopo averlo in parte sostenuto.

L’Europa dei socialisti e dei conservatori, uniti nella lotta, è nelle mani del governo delle multinazionali.

Non può essere Tsipras da solo a battere la loro politica. Vuoi perché la Grecia è comunque un paese periferico, vuoi perché il suo governo è stato ipotecato alla destra nazionalista, vuoi perché è minoranza nel paese – governa grazie a una legge truffa, meno truffaldina di quella con cui governa Renzi, che oltrettutto è illegale, ma comunque legge truffa – , vuoi perché gli altri governi nazionali lo stanno isolando.

Occorrerebbe una  mobilitazione internazionale a sostegno del popolo greco, non perché i greci siano meglio dei potoghesi, lasciati soli, dei lituani, lasciati soli, degli slovacchi, lasciati soli, tutti popoli che assieme ai greci hanno subito l’assalto del governo delle multinazionali, ma perché la presa di coscienza della realtà delle cose non è così automatica per popoli come i nostri succubi, da anni ormai, della colonizzazione culturale dei poteri forti. Ma dopo averne mangiato tre fette, alla quarta chiunque dovrebbe capire che si tratta di polenta.

Il caso Dreyfus divenne un caso quando un intellettuale, Emile Zola, prese carta e penna e accusò il presidente della repubblica francese di tradimento per aver imprigionato un innocente.

Qui si stanno imprigionando i popoli e tutti tacciono. I governi e i parlamenti nazionali stanno tradendo i loro popoli e tutti tacciono. Possibile che non ci sia nessuno capace di prendere carta e penna è di farsi sentire?  Non si tratta di far rivoluzioni, ma almeno di ricominciare piano piano a capire, per mettere insieme, in comune, un pensiero critico che ci stimoli all’azione.

L’Europa dei popoli non è l’Europa di Bruxelles, ma se i popoli tacciono, vincono sempre loro.

 

Giap

Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà ed un pensiero ribelle in cor ci sta!

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