Compagni, ma la sinistra è nuda!

22mag-810x456

Ormai da qualche lustro, ad ogni fibrillazione pre elettorale, si mette in moto la macchina dell’unità della sinistra, che si figura sempre di avere un ampio bacino elettorale, basta solo far sapere di esistere e i voti arrivano. Da qualche lustro però i voti continuano a non arrivare.

Esiste ancora il raggruppamento L’altra Europa per Tsipras, a cui purtroppo detti il voto, nonostante si è visto che l’Europa di Tsipras è molto simile a quella non di Tsipras, quanto a lacrime e sangue della povera gente. C’è ancora chi pensa che le lacrime e sangue richieste da “sinistra” siano meglio di quelle richieste da destra. E’ un po’ come la favola del Re che si fa cucire un vestito speciale, trasparente; tutti vedono che il Re è nudo, ma tacciono per compiacere il re. Il problema è che nella favola c’è sempre un bambino che, alla fine, si mette a gridare: «Mamma, ma il Re è nudo!». Qui tutti zitti e nessuno che si provi a dire «Compagni, ma la sinistra è nuda!»

La sinistra che abbiamo conosciuto finora cioè, non ha nessuna idea su come uscire dalla crisi ma soprattutto non ha nessuna idea, nessuna parola nuova – ché sono le parole che mettono in moto i pensieri e le azioni – su come cambiare questa società. O meglio, ha le stesse parole della destra: la crescita, la crescita, la crescita. La crescita a prescindere.
La stessa idea di società: un raggruppamento di persone e di istituzioni che stanno insieme per produrre merci e continuare a produrre merci. La società dello spreco, del consumismo e dei rifiuti; dei rifiuti, del consumismo e dello spreco. E, per carità, del lavoro. Che poi sta anche scritto all’articolo uno che siamo fondati sul lavoro.

Perché la sinistra e la destra insieme hanno fatto la riforma delle pensioni, facendo lavorare la gente fino a 67 anni e cammina? Ma per il lavoro, per produrre più merci, più servizi, per consumare di più, per sprecare di più, per produrre una montagna di rifiuti in più e, nel contempo, impedire ai lavoratori di godere dei risparmi di una vita – tali sono i contributi previdenziali, sono i risparmi di una vita di lavoro, altro che contributi –  togliendo loro il tempo necessario per utilizzarli. Con questa nefandezza hanno poi provocato il peggioramento nella vita dei giovani che non trovano più lavoro. Rubando così altro tempo di vita tranquilla anche a loro. Questa idea di vivere per il lavoro ce l’hanno talmente infilata nel DNA che non ci passa neppure per la testa di fare domenica anche il mercoledì.

Non ho mai sentito nessuno a sinistra parlare di “buon lavoro”, sempre solo di “lavoro”. Se si cominciasse a rivendicare non solo il lavoro, ma il buon lavoro, forse qualche differenza con la destra la si potrebbe trovare. Perché dovremmo chiederci che cos’è il buon lavoro?
E’ buono il lavoro che ti fa mancare il tempo di vivere con la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi ozii, i tuoi pensieri, i problemi della tua comunità?
E’ buono il lavoro che produce inquinamento e malattie?
E’ buono il lavoro che produce merci inutili, fatte solo per diventare rifiuti il più velocemente possibile?
E’ buono il lavoro che produce merci grazie alla schiavitù dei lavoratori immigrati?
E’ buono il lavoro che produce le armi e le munizioni per le guerre e per il terrorismo?

E da ultimo, è buono il lavoro che sta provocando la crisi climatica?

Queste ultime parole poi –  “crisi climatica” –  a sinistra non le conoscono; proprio pensano che siano una questione che riguardi altri, forse Trump, forse l’accordo di Parigi, ma non certo i lavoratori italiani, non certo i poveri di tutto il mondo, non certo l’immagine di un’altra società. La questione invece riguarda tutti, non tanto ciascuno di noi individualmente, ché per quanto bravi, quanto come capacità di avviare processi e scelte collettive, quindi politiche, in grado di fermare il disastro che si preannuncia.

Da questi due pensieri: buon lavoro e crisi climatica, si può intravvedere una società migliore.

Per farlo però bisogna promuovere una nuova sinistra lontana dalle vecchie e nuove oligarchie delle tattiche elettorali, sempre più afone, lontana da quel pensiero di destra, sempre accolto anche da loro, del progresso come capacità di imporsi sulla natura per sfruttarne e sprecarne tutte le risorse. E’ ormai evidente che in questa accezione progredire non vuol dire migliorare.

UN NO RASSEGNATO

DSC_3476

Al di là della bagarre sui partigiani che, a dir la verità, non andarono in montagna per la Costituzione, ma per combattere il violento rigurgito del fascismo repubblichino,  alleato con le forze armate di occupazione naziste, a me sembra che il dibattito sui contenuti della riforma costituzionale che si è svolto finora, sia un po’ fuorviante rispetto all’oggetto del contendere.
La riforma in sostanza riguarda l’assetto dei poteri dello Stato che vengono riorganizzati non in funzione della partecipazione democratica dei cittadini, ma degli equilibrii di potere raggiunti all’interno delle camarille che controllano veramente lo Stato.

Essa è anche uno specchietto per le allodole, dietro cui si cela la vera riforma in senso autoritario della democrazia italiana,  rappresentata dalla legge elettorale. Rimanendo in vigore tale legge elettorale, si va comunque verso una dittatura della maggioranza parlamentare – minoranza nel paese – sia che vinca il no sia che vinca il sì al referendum costituzionale. La prova è rappresentata dalla violenza istituzionale operata dal governo Renzi in questi mesi, vigente la vecchia Costituzione, su un Parlamento di nominati e di maggioranze drogate che, per questo, sa benissimo di non essere più il centro della democrazia e non ha più la forza di resistere alle pressioni governative.

Un Parlamento che si affida ai voti di fiducia, che si arrende ai maxiemendamenti trancianti del Governo, agli emendamenti che impongono artificialmente la fine di ogni discussione, è un Parlamento inutile. Ed è diventato inutile perché la sua maggioranza dipende da una truffa formale fatta agli elettori. Questa maggioranza in sostanza risponde al Governo che la tiene in vita e non al Paese.
L’aggravante è che questo tipo di maggioranze drogate sono inconsapevoli della loro inutilità e assecondano addirittura il potere nel percorso verso l’esautoramento dell’istituto parlamentare.
C’è nella riforma costituzionale un piccolo indizio di questa subalternità, là dove si statuisce che il regolamento della Camera dei deputati sarà integrato da uno statuto delle opposizioni. La norma non era presente nel testo governativo ma è uscita dal cilindro di qualche prestigiatore. Ha senso che l’opposizione sia regolamentata, oltretutto dalla maggioranza a cui si oppone? No, non ne ha, perché se deve essere opposizione deve, prima di tutto, essere libera ed avere come unico limite la legge penale, come tutti gli altri cittadini.

L’altro indizio ancora più grave è la serie di complicazioni cui viene sottoposto il procedimento legislativo.

Oggi la Costituzione è chiara: tutte le  leggi devono essere approvate da entrambe la Camere. E’ un procedimento a volte lungo, ma chiaro e univoco.

La riforma introduce  complicazioni che sembrano fatte apposta per ingarbugliare le carte, tra una Camera titolare formale del potere legislativo e un Senato, non più eletto ma nominato all’interno della casta consolidata della periferia politica,  senza più né arte né parte, tenuto in vita con l’unico scopo di continuare ad appesantire la gestazione delle leggi, moltiplicando la tipologia dei procedimenti.

Il risultato sarà di aumentare il contenzioso di legittimità e di accontentare l’alta burocrazia che si annida nelle stanze di palazzo Madama, che deve aver mostrato le armi di cui dispone in quegli armadi di arcana imperii, appena ventilata la eventualità, eliminando il Senato, della soppressione di quei posti altolocati e ancor meglio retribuiti.
Se si voleva fare una cosa seria e superare il bicameralismo perfetto, bastava abolire il Senato.

Entrambe queste riforme sono state approvate da un Parlamento illegale e il Presidente della Repubblica non avrebbe dovuto promulgarle. Ho l’impressione che il referendum costituzionale servirà da sostanziale sanatoria di questa enorme forzatura antidemocratica originaria.
Ben altre avrebbero dovuto essere le modifiche alla Costituzione o almeno, ben altro dibattito avrebbe dovuto coinvolgere il Paese, per adeguare un testo che, per quanto autorevole, dimostra tutti gli anni che ha.
Dell’Unione Europea non se ne parla in Costituzione; della rinuncia da parte dello Stato di battere moneta neppure; della tutela effettiva della riservatezza della vita privata, insidiata da ogni dove, neppure; dei limiti all’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, neppure; dei diritti degli stranieri  che vivono sul territorio della Repubblica, neppure; della indicazione dei beni comuni da tutelare e da sottrarre alle leggi del profitto economico, neppure; della tutela dell’ambiente naturale, neppure; del diritto per tutte le coppie di formarsi una famiglia, neppure; del lavoro per tutti, tanto meno.

Servirebbe un nuovo potere costituente, ma mancano le forze politiche in grado di farsene carico.
Ci è toccato in sorte di vedere un partito, il Partito Democratico, nato da una storia, certo contraddittoria, ma ancorata alle aspettative di promozione sociale delle classi popolari, farsi protagonista delle peggiori riforme costituzionali della storia repubblicana: il pareggio di bilancio in Costituzione, cioè la preminenza degli interessi della rendita finanziaria, su quelli del lavoro; ed ora la rinuncia ad una democrazia partecipata a favore di una democrazia autoritaria, incentrata sul Governo, come ai tempi dello Statuto Albertino, e diretta dall’alto.

La legge elettorale ha poi fatto il resto, abolendo di fatto il suffragio universale.

Così stando le cose, il mio sarà un no rassegnato.

LIBERTA’ DI FAMIGLIA

unioni civili

Non so oggi, ma ieri, a girare sui siti internet,  si poteva respirare un’atmosfera da secentesca caccia alle streghe, da parte dei soliti che le streghe e gli omosessuali nel seicento li ammazzavano veramente, come a caccia si uccide la selvaggina.

Dunque gli eredi di Carlo Borromeo, che le streghe le uccideva  anche a quattro alla vota e anche contro le norme del processo inquisitoriale –  sarà per questo che lo hanno fatto santo subito e che, dall’alto di quella stupida statua gigantesca, in bronzo, domina il lago Maggiore, quasi a far la guardia ai possedimenti famigliari  – hanno starnazzato una intera giornata contro l’eliminazione, la quasi eliminazione, degli ostacoli che impedivano ai gay di esercitare il diritto, insito in ogni persona, di vivere la propria vita sentimentale in piena libertà. Perché non può essere la legge che attribuisce questi diritti che sostanziano l’umanità di ciascuno di noi. La legge può creare ostacoli, discriminando, a che tutti possano vivere la propria personalità.

Con la legge sulle unioni civili, purtroppo approvata da un Parlamento illegale, sono stati tolti molti ostacoli giuridici che comprimevano assurdamente la libertà di molte persone, discriminando sui loro orientamenti sessuali. Per quale motivo gli integralisti di tutte le religioni monoteiste, si sentono sfregiati nella loro dignità? Perché esistono nelle loro religioni precetti di condanna e discriminazione verso le persone omosessuali?

Evidentemente non tutti oggi sono disposti a conformarsi a tali precetti oscurantisti, nel senso che oscurano la libertà delle persone che, se vissuta senza violenza, non può essere oscurata da nessuno.

D’altra parte questi stessi integralisti sono molto meno integralisti quando si tratta di applicare altri precetti positivi delle loro religioni come quelli che affermano di amare il prossimo come se stessi. E dunque accolgano questa legge anche solo con la flessibilità mentale con cui loro stessi si comportano in altre situazioni e staremo tutti meglio.

E non si preoccupino della conservazione della famiglia, la cui vitalità sta a cuore a tutti. Ma non della famiglia fondata sul dominio del  maschio sulla femmina, che è la famiglia propugnata dalle loro religioni. Io, da piccolo avevo sempre creduto che i maschi dovessero rispettare dieci comandamenti e le femmine solo nove, tanto erano uguali agli occhi di Dio l’uomo e la donna. Poi più avanti ho capito che non era agli occhi di Dio, ma dei preti.

No, non è quella famiglia che vogliamo conservare, ma costruirne un’altra nella libertà, nel rispetto, nella uguaglianza e dignità dei coniugi, siano essi etero o omosessuali.

Dov’è oggi la sinistra (politica)? I problemi.

Cafaggio - 29

Ho pensato di raccogliere un po’ di idee, alcune già sviluppate in precedenti pagine di questo diario, altre solo abbozzate, con lo scopo di segnare una nuova partenza. Cercherò di dividere il ragionamento in più articoli per non appesantire la lettura.

L’oggetto di questa riflessione riguarda l’orientamento politico di fronte alla evoluzione imbarbarita della nostra società: i diritti delle persone e delle comunità, da sempre limitati da condizioni materiali fortemente disuguali, vengono ora fagocitati da uno statalismo debordante per ogni dove, sempre meno controllabile con i tradizionali strumenti della democrazia.

Il titolo non è fuori tema perché, una volta, la sinistra era per definizione quell’area politica dove si formava il pensiero critico sullo sviluppo sociale, da cui prendeva avvio l’azione per il cambiamento.

Oggi non è più così: la sinistra tradizionale o è omologata al sistema che dice di non voler cambiare più o è nostalgica di un pensiero e di un’azione ormai infecondi.

La ricerca dell’area o delle aree dove si sviluppa oggi il pensiero critico diventa dunque indispensabile per fare qualcosa di buono, che non sia la riproduzione di consunte liturgie, adatte ormai solo a confermare il ruolo di officiante a chi, in realtà, non ha più nulla da dire.

Io vedo oggi principalmente alcuni problemi rispetto ai quali bisogna schierarsi.

Il pianeta terra rischia il collasso e così la distruzione dell’habitat che ha reso possibile lo sviluppo delle società umane. Ciò è successo perché con la civiltà industriale si è affermata la  concezione secondo cui la terra, ma più in generale la natura, è solo un immenso serbatoio di risorse a disposizione dell’umanità; l’uomo, quello occidentale, è stato trasformato in un insieme di bisogni infiniti, per soddisfare i quali è sufficiente attingere a quel serbatoio, in ogni modo e con qualsiasi mezzo, senza badare ai danni provocati. A questi ultimi, comunque, farebbe fronte sempre la scienza e la tecnologia. Ha ragionato così sia il capitalista liberista sia il capitalista dello stato comunista. E ragiona così la stragrande maggioranza della popolazione del mondo ricco che ha assimilato tale concezione, tanto da non vedere i gravi rischi che sta correndo, se non ferma la giostra. E’ sfuggito, si potrebbe dire, il fatto che l’umanità è parte della natura e che i danni inferti alla natura sono danni inferti all’umanità; che se la terra collassa, collassa l’umanità; che, se le risorse della biosfera sono limitate, i bisogni materiali degli uomini non possono essere infiniti.

Il mondo è diviso in due parti tra chi sta dentro e chi sta fuori l’hapartheid della ricchezza. Quelli che stanno dentro consumano anche la roba degli altri. Non si creda infatti che tutto ciò che c’è in Europa, in Nord America, in Giappone sia tutto frutto della terra e del nostro lavoro, è anche frutto di seicento anni di rapine ai danni di tutti gli altri territori e degli altri popoli. Molti di quelli che stanno fuori muoiono ancora di fame o vivono nella povertà più estrema o sono privati di quella dignità che spetterebbe a tutte le persone. Dentro l’apartheid della ricchezza le condizioni materiali di vita sono fortemente polarizzate tra la ricchezza ridondante di un numero limitato di persone e la povertà anche estrema di un crescente numero di persone.

Gli Stati (tutti quanti) difendono lo statu quo mettendo in campo, con grande spreco di risorse, eserciti che contano 30 milioni di soldati (senza contare le polizie e le altre forze di sicurezza interna e senza contare gli eserciti non statali) e un arsenale di 15000 bombe atomiche. Instrumenta regni sono sempre più l’autoritarismo, il razzismo, la farsa del nazionalismo, replicata con insistenza soprattutto dove si tratta di dividere i poveri dai più poveri, per impedire che si uniscano in azioni comuni. Per questo la “legalità” dello Stato si presenta molte volte in contrasto con la dignità della persona umana.
La scarsità di alcune risorse convincono, inoltre, sempre più, gli Stati a fare uso della guerra per accaparrarsele.

La cultura per antonomasia è la cultura di chi sta dentro l’hapartheid della ricchezza, tutte le altre vengono raccontate non come culture autonome ma in rapporto a quella per antonomasia, di modo che tanto più sono lontane da quest’ultima , tanto meglio devono essere redente e omologate. Vince anche in questo campo la prevalenza di ricchezza di mezzi, secondo cui chi è più ricco appartiene ad una cultura superiore e dunque ha il diritto di  imporla a chi di mezzi ne ha di meno.
Un tratto significativo di questa cultura superiore è rappresentato dall’uso della violenza che si manifesta in ogni campo del vivere sociale. C’è proprio una congenita assuefazione alla violenza che non viene percepita come problema.

La democrazia è sempre più affare di élite corrotte che si contendono il potere, ma più che il potere  i vantaggi materiali che ne derivano, essendo quasi sempre il bene comune identificato con la crescita del bene proprio. Il potere reale è invece nelle mani di chi detiene la proprietà del denaro.Non c’è traccia in questa democrazia di condivisione di spazi, di luoghi, di istituti del potere politico fra la pluralità dei soggetti che operano nella società.
La rappresentatività del popolo nelle istituzioni non viene più ricercata, per lasciare il posto all’attitudine al comando di Governi sempre più autoritari.. Assistiamo ad un ritorno alla concezione del potere tipica del dispotismo illuminato: «Tout pour le peuple, rien par le peuple» (Tutto per il popolo, ma niente dal popolo).

Io credo che un movimento che voglia qualificarsi di sinistra non possa che declinarsi in rapporto a tali problematiche, dato che dovrebbe essere ancora sottinteso che la sinistra ha come scopo di realizzare una società di persone libere e uguali, spostando sempre in avanti la soglia di libertà e di uguaglianza.

La sinistra esiste per questo o non esiste.

Ora, è evidente che le condizioni sociali del mondo sopra richiamate, confliggono in modo sostanziale con le condizioni di libertà e di uguaglianza delle persone.

Per questo le forze di sinistra se ne dovrebbero occupare. Ma è veramente così?

RESA, ALTRO CHE RESISTENZA!

resa

Finita la fase di sovradosaggio di retorica sulla patria, la libertà, la resistenza che, ogni anno ormai, con sempre maggior enfasi ma con scarsa autenticità,  ci viene propinata nei dieci giorni precedenti il 25 Aprile dalle somme autorità, si torna, deposti i paramenti della pomposità, al lavorio più sordido di smontaggio delle istituzioni repubblicane nate appunto dalle idee dell’antifascismo resistenziale.

La retorica infatti è  buona per tutti perché, essendo appunto retorica, non dice nulla, ma serve più che altro per far prendere aria in grandi quantitativi alla bocca dei retori e con quell’aria gonfiare idee e concetti vuoti, tanto per non perdere l’occasione di apparire anziché di essere.

Infatti, se qualcuno di questi magister utriusque militiae,  qualcuno di questi duces fosse stato e non solo apparso, avrebbe dovuto dire a Marzabotto come a Milano: “da domani, con le idee dell’antifascismo resistenziale sulla res publica, si chiude”.

L’inizio della discussione alla Camera dei Deputati della nuova legge elettorale, combinata con il progetto di controriforma costituzionale, equivale appunto a questo. Chiudere con quelle idee e avviare lo smantellamento della Costituzione anche per ciò che riguarda l’impianto e l’organizzazione degli organi della democrazia, nati dalla Resistenza.

Anche: perché con i principi di socialità e solidarietà, formalmente ancora presenti, si è già chiuso quando è stata inserita nella Costituzione la norma sull’obbligo del pareggio  di bilancio. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono…..” “purché restino soldi da spendere dopo aver pagato gli interessi agli speculatori finanziari di tutto il mondo.”

Anche: perché con i principi di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e non sulla forza, si è già chiuso quando, violando la Costituzione, i Governi hanno trascinato l’Italia nelle guerre della globalizzazione (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia). “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …” “fin tanto che la NATO non decida diversamente.”

E quali erano quelle idee?

Che il Parlamento fosse centrale tra gli organi della democrazia, in quanto rappresentanza effettiva della Nazione, costituito con il voto libero ed eguale di tutti i cittadini.

Ora invece i novelli duces vogliono che la centralità appartenga da un Governo (controriforma costituzionale in itinere), espressione di una casta autolegittimata, che guidi l’amministrazione dello Stato e diriga pure i lavori del Parlamento, (a quando la sottomissione della magistratura inquirente al Governo?), in gran parte nominato dalla casta stessa (ecco la riforma elettorale), nonostante il circo equestre delle elezioni burla a cui i cittadini saranno chiamati a partecipate. Se anche non partecipassero sarebbe lo stesso. Il meccanismo girerebbe egualmente, basta che a votare ci vadano anche soltanto i candidati da eleggere. Un Parlamento che, così malmesso,  sarebbe chiaramente inutile.

Che diventerà inutile non lo dice nessuno perché comunque resta l’aspirazione anche tra i contrari alle riforme, ma genuflessi come i favorevoli, a venire cooptati tra i membri della casta, se non altro per concorrere a spartire le prebende, per il solo fatto di sedersi su quegli scranni. E tutti sanno che per sedersi non è necessario spremere le meningi.

A questo serve la renziana  legge elettorale che il Parlamento si lascerà imporre. Non si dica infatti che Renzi  vuole imporre la nuova legge elettorale. E’ il Parlamento che, già sottomesso al Governo, si sta per arrendere.

D’altra parte che ci si deve aspettare da un Parlamento che resta arbitrariamente in carica, nonostante sia stato eletto con una legge incostituzionale?

Se l’epilogo sarà quello voluto da Renzi e “le riforme” saranno approvate, un Parlamento illegale alla fine avrà sfregiato irreparabilmente la Costituzione e limitato fortemente il potere del voto dei cittadini. Questa cosa si chiama, se si vuole essere onesti, colpo di stato.

I cittadini intanto dormono o si lasciano imbonire dai tromboni della stampa e del video (libera e libero entrambi, per carità!) …, ma la maggior parte stanno con Renzi anche se voteranno a destra.

Non c’è bisogno però di nessuna insurrezione per fermarli, basterebbe che chi non è d’accordo parlasse per dire di no.

VENERE E LA LUNA

aphrodite-1

I ricchi hanno tutte le libertà anche quella di emigrare. I poveri non hanno la libertà di emigrare ma hanno quella di affogare.

Questa è una delle leggi europee, confermata dalla razzistica legislazione italiana che comprende il reato di immigrazione clandestina e l’istituzione dei campi di concentramento per immigrati.

Non hanno colpa i ricchi, ma i burattini che ci governano e che noi costantemente, senza fare una piega votiamo e rivotiamo.

I mandanti delle stragi del Mediterraneo vanno ricercati nei Governi degli Stati europei.

Invece quegli stessi mandanti ci raccontano la favola, primo fra tutti Renzi, di voler andare in Libia con l’esercito per bombardare gli esecutori materiali.

Quanto sono ipocriti e meschini questi governanti e i parlamentari che li sostengono.

C’è del marcio in Danimarca ma c’è pure del marcio a Roma.

Se andranno in Libia con la scusa di affondare i barconi, andranno in verità per il petrolio, come ci andarono con la NATO per scalzare Gheddafi, ostacolo troppo grande per i disegni neo coloniali della globalizzazione.

L’unica cosa seria che possiamo fare noi cittadini è quella di organizzare un ponte di barche tra il nord Africa e le nostre coste per consentire a chi ha bisogno di emigrare di farlo in libertà e sicurezza.

Una volta i contadini poveri dicevano che una bocca in più da sfamare in famiglia non era un problema.

I nostri Governi, con il nostro consenso, stanno buttando nel mare una montagna di milioni per difendere i confini dai poveri che chiedono aiuto. Basterebbe spendere diversamente quei milioni per eliminare incredibili sofferenze e ridare una luce di speranza a chi scappa dalle guerre, innescate o alimentate dall’occidente, e dalla miseria.

Voglio poi aggiungere un’altra impressione.

Ieri sera ho ammirato diverse volte Venere che pareva inseguire una falce di luna nella sua corsa a tramontare sotto la linea dell’orizzonte. Era uno spettacolo incredibile, nel buio della campagna, in un cielo terso e limpido che anche la più piccola stella riusciva a farsi notare, e tutte insieme sembravano contemplare con me quella corsa.

Ecco, ho pensato che certi problemi diventano più semplici da affrontare se ci pensiamo tutti come persone uguali che vivono sotto lo stesso cielo, se ci pensiamo cioè come infinitesima parte di un cosmo illimitato.

La nostra cultura invece ci insegna a pensarci solo nella Storia, la storia dell’Occidente ovviamente, e in questa storia inglobiamo anche il cosmo che ovviamente è quella cosa descritta dalla nostra scienza, che diventa la Scienza per antonomasia. Abbiamo imparato così a non confrontarci con le altre culture, le altre storie, le altre scienze. Abbiamo imparato a imporre a tutti la nostra cultura, la nostra storia, la nostra scienza. In realtà questa grande storia è stata soprattutto storia di genocidi di altri popoli e di stermini di massa perpetrati da governanti da operetta, al servizio di qualche padrone o di qualche rivoluzione.

La pace e la libertà sono altre cose. Richiedono prima di tutto il rispetto reciproco.

IL CASO TSIPRAS

dreyfus

E’ iniziata una nuova tappa del piano  di destabilizzazione della Grecia.
L’obiettivo è portar via al popolo greco i beni comuni messi insieme dal lavoro delle generazioni che si sono succedute dopo la seconda guerra mondiale. Una parte di questi beni sono stati già rubati con la complicità dei governi che hanno preceduto il Governo Tsipras. Ora tocca all’ultima parte che era già stata promessa in pegno dai precedenti governi e che, invece Tsipras vorrebbe difendere, come mezzo per far ripartire il lavoro, cioè ciò che manca, nel suo paese.

Non sono le misure di solidarietà sociale decise dal nuovo governo greco l’oggetto del contendere. Quelle misure le avrebbe adottate, per dire, anche un governo guidato dalla Caritas, cioè da qualsiasi governo che avesse a cuore il bene delle persone.

Si mira invece al patrimonio del popolo greco e ai salari da fame con cui i lavoratori sono stati costretti a vendersi.

Questo patrimonio  non verrebbe dato all’Europa, che fa da passa carte, ma al patrimonio di quelle 37.000 circa società multinazionali che costituiscono il parlamento della globalizzazione, guidate da quelle esclusive élite che ne costituiscono il governo, cioè il nostro vero nemico da combattere.

Il debito pubblico che il popolo greco, come gli altri popoli indebitati, ha già ampiamente rimborsato, pagando montagne di interessi,  è un cavallo di troia per impadronirsi del resto, della sostanza, della roba. Stanno attuando un piano Marshall all’incontrario.

Persino Obama, il comandante in capo degli eserciti che difendono i confini della civiltà e della ricchezza, è stato zittitto e ha sùbito mollato Tsipras al suo destino, dopo averlo in parte sostenuto.

L’Europa dei socialisti e dei conservatori, uniti nella lotta, è nelle mani del governo delle multinazionali.

Non può essere Tsipras da solo a battere la loro politica. Vuoi perché la Grecia è comunque un paese periferico, vuoi perché il suo governo è stato ipotecato alla destra nazionalista, vuoi perché è minoranza nel paese – governa grazie a una legge truffa, meno truffaldina di quella con cui governa Renzi, che oltrettutto è illegale, ma comunque legge truffa – , vuoi perché gli altri governi nazionali lo stanno isolando.

Occorrerebbe una  mobilitazione internazionale a sostegno del popolo greco, non perché i greci siano meglio dei potoghesi, lasciati soli, dei lituani, lasciati soli, degli slovacchi, lasciati soli, tutti popoli che assieme ai greci hanno subito l’assalto del governo delle multinazionali, ma perché la presa di coscienza della realtà delle cose non è così automatica per popoli come i nostri succubi, da anni ormai, della colonizzazione culturale dei poteri forti. Ma dopo averne mangiato tre fette, alla quarta chiunque dovrebbe capire che si tratta di polenta.

Il caso Dreyfus divenne un caso quando un intellettuale, Emile Zola, prese carta e penna e accusò il presidente della repubblica francese di tradimento per aver imprigionato un innocente.

Qui si stanno imprigionando i popoli e tutti tacciono. I governi e i parlamenti nazionali stanno tradendo i loro popoli e tutti tacciono. Possibile che non ci sia nessuno capace di prendere carta e penna è di farsi sentire?  Non si tratta di far rivoluzioni, ma almeno di ricominciare piano piano a capire, per mettere insieme, in comune, un pensiero critico che ci stimoli all’azione.

L’Europa dei popoli non è l’Europa di Bruxelles, ma se i popoli tacciono, vincono sempre loro.

 

«C’È CIBO PER TUTTI, MA QUEST’ECONOMIA UCCIDE»

17est1f0-nutrizione-cibo-filippine

Pubblico di seguito un discorso di Papa Francesco che, mi sembra, esprima il pensiero più di sinistra che si sia sentito in Italia da almeno trent’anni: perché più critico delle nostre pingui e mortifere società di qualunque pensiero critico; perché più ricco di stimoli per l’azione di qualunque raduno plaudente al tribuno di turno che si proponga di unificare una sinistra che non c’è più, estinta per mancanza di idee e per incoerenza di fatti.
Speriamo bene.



VIDEO-MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER L’INCONTRO DI 500 RAPPRESENTANTI NAZIONALI E INTERNAZIONALI: “LE IDEE DI EXPO 2015 – VERSO LA CARTA DI MILANO”
Sabato, 7 febbraio 2015

Buongiorno a voi tutti, donne e uomini, che siete radunati oggi per riflettere sul tema: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita.
In occasione della mia visita alla FAO ricordavo come, oltre all’interesse “per la produzione, la disponibilità di cibo e l’accesso a esso, il cambiamento climatico, il commercio agricolo” che sono questioni ispiratrici cruciali, “la prima preoccupazione dev’essere la persona stessa, quanti mancano del cibo quotidiano e hanno smesso di pensare alla vita, ai rapporti familiari e sociali, e lottano solo per la sopravvivenza” ( Discorso alla FAO , 20 novembre 2014).

Oggi, infatti, nonostante il moltiplicarsi delle organizzazioni e i differenti interventi della comunità internazionale sulla nutrizione, viviamo quello che il santo Papa Giovanni Paolo II indicava come “paradosso dell’abbondanza“.
Infatti, c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale.
Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica” (ibid.).

 Per superare la tentazione dei sofismi – quel nominalismo del pensiero che va oltre, oltre, oltre, ma non tocca mai la realtà – per superare questa tentazione, vi suggerisco tre atteggiamenti concreti.

1) Andare dalle urgenze alle priorità

Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (cfr Evangelii gaudium , 202 ).
A voi desidero ripetere quanto ho scritto in Evangelii gaudium : No, a un’economia dell’esclusione e della inequità.
Questa economia uccide.
Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (ibid., 53 ).

Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole.
Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53 ).
E’ dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità.
Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità.

2) Siate testimoni di carità

“La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune”.
Dobbiamo convincerci che la carità “è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro¬relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (ibid., 205).
Da dove dunque deve partire una sana politica economica? Su cosa si impegna un politico autentico? Quali i pilastri di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica?
La risposta è precisa: la dignità della persona umana e il bene comune.
Purtroppo, però, questi due pilastri, che dovrebbero strutturare la politica economica, spesso “sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale” (ibid., 203 ).
Per favore, siate coraggiosi e non abbiate timore di farvi interrogare nei progetti politici ed economici da un significato più ampio della vita perché questo vi aiuta a “servire veramente il bene comune” e vi darà forza nel “moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (ibid.).

 3) Custodi e non padroni della terra

Ricordo nuovamente, come già fatto alla FAO, una frase che ho sentito da un anziano contadino, molti anni fa: “Dio perdona sempre, le offese, gli abusi; Dio sempre perdona. Gli uomini perdonano a volte. La terra non perdona mai! Custodire la sorella terra, la madre terra, affinché non risponda con la distruzione” ( Discorso alla FAO , 20 nov. 2014).
Dinanzi ai beni della terra siamo chiamati a “non perdere mai di vista né l’origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale”, così dice la dottrina sociale della Chiesa ( Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 174 ).
La terra ci è stata affidata perché possa essere per noi madre, capace di dare quanto necessario a ciascuno per vivere.
Una volta, ho sentito una cosa bella: la Terra non è un’eredità che noi abbiamo ricevuto dai nostri genitori, ma un prestito che fanno i nostri figli a noi, perché noi la custodiamo e la facciamo andare avanti e riportarla a loro.
La terra è generosa e non fa mancare nulla a chi la custodisce.
La terra, che è madre per tutti, chiede rispetto e non violenza o peggio ancora arroganza da padroni.
Dobbiamo riportarla ai nostri figli migliorata, custodita, perché è stato un prestito che loro hanno fatto a noi.

L’atteggiamento della custodia non è un impegno esclusivo dei cristiani, riguarda tutti.
Affido a voi quanto ho detto durante la Messa d’inizio del mio ministero come Vescovo di Roma:
“Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per custodire dobbiamo anche avere cura di noi stessi! […] Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi della tenerezza”.

Custodire la terra non solo con bontà, ma anche con tenerezza. E questa non è una prerogativa dei soli cristiani ma di tutti gli uomini e le donne del mondo.
Ecco dunque tre atteggiamenti che vi offro per superare le tentazioni dei sofismi, dei nominalismi, di quelli che cercano di fare qualcosa ma senza la concretezza della vita.

Scegliere a partire dalla priorità: la dignità della persona; essere uomini e donne testimoni di carità; non aver paura di custodire la terra che è madre di tutti.
A voi tutti chiedo di pregare per me: ne ho bisogno. E su voi invoco la benedizione di Dio. Grazie.

LIBERTA’ DALLA VIOLENZA

reinventiamo

Non ci sono parole per prendere le distanze dalle atrocità dei miliziani dell’ISIS. Gli sgozzamenti degli ostaggi sequestrati e ora il rogo per il militare giordano prigioniero. Bruciato vivo in una gabbia. Ma tante altre violenze sono state denunciate e si possono immaginare fatte patire a tante altre persone, colpevoli solo di non essere solidali con il loro disegno di violenza e di morte.
Non, colpevoli di essere cristiani – per cui in molti siti del bigottismo italico si invita a pregare Iddio per i cristiani perseguitati, di modo che se fossero buddisti i perseguitati , si potrebbe anche non pregare – no, colpevoli di essere persone che pensano di poter vivere una vita libera dalle fiamme della violenza.
Se potessi aprire una parentesi, chiederei a questi oranti se fosse stato più colpevole Giordano Bruno del militare giordano, tanto che ad accendere il fiammifero di quel rogo ci pensarono i loro papi.
Ma non ci sono parole perché ora c’è la violenza pura dell’assassino che non ha alcuna giustificazione e non ne sente il bisogno di averla. Il richiamo alla legge islamica è pura propaganda per mascherare la loro condizione di mercenari. Un passo avanti si farebbe se cercassimo di capire di chi sono al soldo.
Di solito invece noi siamo abituati ad assistere a molte violenze, giustificate però. E fanno molto meno male.
Giustificate dal fatto che è lo Stato, depositario – così ci insegnano i machiavellici – dell’uso della violenza a nome di tutti, che decide di usarla per raggiungere gli scopi prefissi. Così le parole per prendere o non prendere le distanze dalla violenza degli Stati si trovano sempre, a seconda dell’idea politica che uno sostiene.
Forse in pochi di noi si ricordano che la tanto apprezzata “primavera araba” in Egitto è stata soffocata nel sangue dal colpo di stato di un generale che ora è alleato dei nostri governi e dei grandi comandanti in capo dell’occidente.
“Premier président élu dèmocratiquemen en Egypte, en 2012, Mohamed Morsi avait été destitué le 3 julliet 2013 par Abdel Fattah Al-Sissi, alors chef de l’armée. Celui-ci a été élu président dix mois plus tard, après avoir éliminé toute opposition islamiste puis laique et libérale. A la suite del la destitution de M. Morsi, policiers et soldats ont tué plus de 1.400 manifestants pro-Morsi, e plus de 15.000 Frères musulmans ou sympathisants on été emprisonnées. Des centaines ont été comdamnés à mort dans des procès de masse expédiés en quelques minutes.”
“Primo presidente eletto democraticamente in Egitto, nel 2012, Mohamed Morsi fu destituito il 3 luglio 2013 da Abdel Fattah Al-Sissi, allora comandante dell’esercito. Quest’ultimo fu eletto presidente dopo dieci mesi, dopo aver eliminato tutte le opposizioni, islamiche, laiche e liberali. In occasione della destituzione di M. Morsi, poliziotti e soldati uccisero più di 1.400 manifestanti pro-Morsi, e più di 15.000 Fratelli Musulmani o loro simpatizzanti furono imprigionati. Centinaia di questi sono stati condannati a morte in processi celebrati in qualche minuto.”
Così scriveva pochi giorni fa, il due febbraio, “Le Monde”, in occasione della conferma della pena di morte per 183 Fratelli Musulmani.
E’ un esempio della violenza giustificata che, di solito, ci passa via così come se non fosse violenza, perché quasi sempre in questi casi troviamo ragioni per guardare da qualche altra parte o perché non ci viene raccontata tutta.
Ma se non ci sono parole da opporre a quella inaudita violenza dell’ISIS, resta solo la rappresaglia o la guerra. Nuova violenza dunque per opporsi alla violenza. In una spirale senza fine.
Ovvio che non sono per l’impunità dei colpevoli, ma se per colpire un colpevole devo colpire due innocenti come posso andare avanti? Il Governo fantoccio dell’Iraq non è in grado di far rispettare la legge sul proprio territorio, e questo grazie al contributo anglo-americano che con una mano ha sorretto l’Iraq e con l’altra lo ha soffocato.
L’Onu potrebbe istituire un tribunale internazionale per giudicare i crimini contro l’umanità compiuti in Iraq e Siria, come fu fatto per i crimini compiuti nella ex Jugoslavia o in Ruanda. Siccome però il tribunale non potrà limitarsi a giudicare solo i crimini commessi dall’ISIS – che giustizia sarebbe così, dato che tanti sono i criminali che percorrono e hanno percorso quelle regioni – non se ne farà di nulla.
Il diritto allora non sembra utilizzabile; la rappresaglia è stata avviata e provocherà nuove rappresaglie dall’altra parte.
La guerra allora. Ma la guerra è lo strumento dei governi , dei costruttori e venditori di armi. Non è uno strumento del popolo.
“L’unica giustificazione per la guerra è la difesa di una cultura che valga la pena di difendere; ma gli stati del mondo moderno hanno sempre meno da difendere al di là delle loro comodità materiali, nonostante le pretese di qualcuno di rappresentare nuove forme di civiltà. Le nuove armi hanno privato di senso la guerra difensiva. I popoli sono stati lasciati senza mezzi di difesa che non siano la distruzione degli altri, e tale distruzione sarà quasi certamente reciproca.”
Lo affermò John U. Nef, della University of Chicago, nel libro War and Human Progress, scritto subito dopo la seconda guerra mondiale (citato in Howard Zinn, Disobbedienza e democrazia, Il Saggiatore, Milano 2003, pag. 355.). Come dargli torto visti gli esempi delle guerre combattute da allora ad oggi.
Non resta che trovare le parole per sconfiggere la violenza.
Oggi, in ogni discorso pubblico la vincono quasi sempre l’interesse, il soldo, l’economia, la forza militare sulla giustizia, la libertà, la pace, la tranquillità, l’uguaglianza, la felicità.
Queste parole poi sono soprattutto in uso dentro i confini della ricchezza, protetti dagli arsenali atomici, dove è semplice raccontarsela. Andrebbero raccontate anche fuori da quei confini. Forse potrebbero sconfiggere la violenza.
Proviamo a parlare ai contadini iracheni e siriani, ai giovani di quei paesi, di giustizia, di libertà, di pace, di tranquillità, di uguaglianza, di felicità, ci direbbero certo che sono d’accordo, ma che per averle anche loro quelle cose, dobbiamo cambiare noi, non loro. Loro più di così non sanno che fare. Da vent’anni ormai stanno resistendo alla violenza, alle bombe, alle distruzioni di ogni genere, che dovrebbero fare? E prima di questi vent’anni hanno resistito ai loro tiranni. E prima ancora ai governatori delle potenze coloniali europee.
Il problema è questo: abbiamo le banche mondiali, i fondi monetari internazionali, gli eserciti più forti del mondo, i nababbi più ricchi e con tutto questo riusciamo a far vivere in tranquillità vigilata, perché ora la paura fa novanta, solo novecento milioni di persone. Gli altri nove miliardi si arrabattano fuori dai nostri confini.
Non abbiamo un progetto da condividere con loro che riguardi la felicità di tutti, pensiamo solo ad incrementare la ricchezza dei nababbi.
Diamoci una regolata.